I nasi turati e l’etica delle conseguenze

KarmaIl ballottaggio tra Le Pen e Macron ha riacceso il trito dibattito tra i tifosi del “meglio” e quelli del “meno peggio”. Il dibattito si fonda su un equivoco logico e grammaticale, e cioè che “meglio” e “meno peggio” non siano la medesima cosa, e gli iscritti delle due fazioni perdono tempo a parlare d’altro invece che concentrarsi sull’unica cosa su cui sono davvero in disaccordo: le conseguenze della loro scelta. Chi si astiene al ballottaggio francese decide, che gli piaccia o meno, che le conseguenze dell’astensione siano meglio, e quindi meno peggio, delle conseguenze del voto. Non c’è modo di alterare la matematica di questo confronto. La differenza sentimentale che si attribuisce alle due espressioni – “meglio” e “meno peggio” – dipende dalla soglia ideale che ciascuno di noi accetta come soddisfacente. Tecnicamente, rispetto all’inesistente candidato ideale, qualsiasi candidato che ci piace sarà sempre peggiore e dunque il nostro preferito del mucchio sarà sempre, per definizione, il “meno peggio”. Eppure ci sono candidati “meno peggio” che ci sentiamo di promuovere a “meglio”, perché superano una certa soglia che in quel momento ci pare adeguata. È una promozione contraria alla grammatica e alla logica, sia chiaro, ma che serve a esprimere qualcosa non soltanto sulle nostre preferenze relative ma anche su quelle assolute. Dire “meglio” invece che “meno peggio” è un po’ come dire “è il meno peggio e mi dà anche soddisfazione”. Dire semplicemente “meno peggio” significa omettere la parte sulla soddisfazione, perché la soddisfazione non c’è o non è granché. Ma dal punto di vista del confronto tra i candidati non cambia nulla: il meglio è sempre, immancabilmente, il meno peggio.

Chiarito questo equivoco, il discorso dovrebbe spostarsi sul perché e il percome Tizio sia meglio (o meno peggio) di Caia, o se invece sia vero il contrario, o se invece ancora sia meglio non andare proprio a votare. Invece in tanti rimangono intrappolati nell’equivoco e si mettono a dibattere di un problema inesistente, come se ci fossero due diverse filosofie e logiche del voto e della vita – votare per il meglio o votare per il meno peggio. Questo dibattito è fuorviante. Quello di cui gli insoddisfatti vorrebbero dibattere è, invece, se la strategia più efficace per avere candidati soddisfacenti in futuro sia invece quella di punire oggi i candidati migliori, ma non abbastanza buoni, per stimolare tutti a darsi da fare di più.

Questa questione si risolve sempre e comunque con la logica delle conseguenze. Non ha niente a che fare col “meglio” vs il “meno peggio”. Non è un sottrarsi, come scrive oggi Luca Sofri al “ricatto morale delle conseguenze”. È invece esattamente uno dei modi in cui ci si pone il problema delle conseguenze.

Scrive Sofri che

La logica del “meno peggio”, il ricatto morale sulle conseguenze, l’adattarsi a un’offerta scarsa, sono da sempre l’arma vincente delle politiche povere, pigre, mediocri, e delle scelte di persone inadeguate e indigeste.

La verità, però, è che l’etica delle conseguenze è l’unica possibile, e l’unica alternativa ad adattarsi a un’offerta scarsa è inventare un’offerta nuova e migliore, non astenersi. L’astensione fa parte di quella medesima offerta scarsa e se la si sceglie è solo perché la si ritiene meglio, o meno peggio, delle altre opzioni. L’astensione non risponde a una logica diversa, più nobile, o metafisica, svincolata dal ricatto delle conseguenze o dall’adattarsi all’offerta. L’astensione fa parte delle opzioni disponibili, esattamente come Le Pen e Macron; l’astensione ha delle conseguenze, esattamente come il voto a Le Pen o a Macron; e queste conseguenze esercitano su di noi lo stesso potere delle conseguenze che derivano da votare per Le Pen o per Macron. Se penso che la vittoria di Le Pen oggi stimoli nel lungo periodo la produzione di idee o candidati migliori e penso che questo beneficio atteso sia migliore del danno di una presidenza Le Pen, faccio bene ad astenermi. Ma lo faccio seguendo la stessa matematica delle conseguenze che a qualcuno sembra un “ricatto morale”. Non ci sono infatti altri criteri.

I tifosi del “meglio” ci ricordano una buona cosa: punire i migliori può servire a farli migliorare ancor di più. Non è una banalità, e l’astensione è un’opzione utile tra quelle a disposizione degli elettori. Bisogna ricordarsi, però, che l’astensione non risponde a logiche diverse da quella del “voto utile”. È sempre, in ogni caso, una questione di aritmetica del rischio. Se ti astieni non stai deviando dalla logica delle conseguenze e del meno peggio, non ti stai liberando da “ricatti morali” o pigrizie, non ti stai svincolando dalla grigia contabilità del male minore. Stai solo concludendo che le conseguenze dell’astensione sono meglio, o meno peggio, della vittoria del miglior candidato. Che il male minore, in questo caso, è proprio non votare. Scegli il “meno peggio”, insomma, come tutti noialtri.

È di questo che si dovrebbe discutere – quali sono le conseguenze meno peggio – e non di un’inesistente disaccordo filosofico sul voto. Tutte le azioni hanno conseguenze, anche l’inazione. Karma is a bitch.

 

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Adottiamo l’Oscarellum come legge elettorale

teethIn questi giorni la Commissione Affari costituzionali della Camera sta provando a districarsi tra le numerose proposte presentate dai parlamentari per riformare la legge elettorale. A seguito della sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum, infatti, ci ritroviamo due leggi elettorali diverse per Camera e Senato, non pensate e decise dal parlamento, ma risultate dal taglia e cuci fatto dalla Corte stessa. Bisogna mettere ordine, coordinare le due leggi, o meglio ancora cogliere l’occasione per scegliere una nuova e migliore legge. Ma invece che da dottrine politiche e tecnicismi numerici, l’esempio più utile per il nostro legislatore viene dal tempio del cinema: il sistema elettorale che dovremmo adottare è quello usato dall’Academy di Los Angeles per premiare il Miglior Film dell’Anno.

Potremmo chiamarlo l’Oscarellum.

Le leggi elettorali sono una materia tecnica e complicata, difficile da spiegare, difficile da capire. L’intuito ci dice che dovrebbero essere eletti i candidati votati dalla maggioranza dei cittadini oppure che il parlamento dovrebbe essere rappresentativo delle varie istanze e preferenze diffuse tra la gente, proporzionalmente. Ma passare dai principi alla pratica non è affatto semplice, e qualsiasi regola elettorale ha inevitabilmente pro e contro, vantaggi e svantaggi. Non esiste una legge elettorale neutra, che traduce fedelmente in seggi parlamentari la volontà dei cittadini, per il semplice fatto che non esiste una cosa come la “volontà dei cittadini”: ci sono solo le preferenze dei singoli, e per aggregare le preferenze dei singoli servono scelte arbitrarie e criteri inevitabilmente parziali.

A Los Angeles, per scegliere chi premiare con gli Oscar usano due sistemi diversi: uno per il Miglior Film e un altro per il resto dei premi. Il sistema più usato è il maggioritario secco: chi ha un voto in più vince. Casey Affleck, per esempio, che ha vinto l’Oscar come Miglior Attore Protagonista, ha avuto il voto della maggioranza relativa dei votanti. In teoria, dato che c’erano cinque candidati, Affleck potrebbe aver vinto col 20% più un voto. Il paradosso è chiaro: in quel caso, quasi l’80% dei votanti ha pensato che Affleck non si meritasse di vincere. Questo sistema funziona bene, com’è noto, quando il grosso o la quasi totalità dei voti è raccolto da due grandi partiti: Democratici e Repubblicani, Conservatori e Laburisti. In questi casi la scelta del candidato è un po’ forzata ma non troppo, giusto quanto basta per consentire che qualcuno possa “vincere” senza dar l’impressione di essere un usurpatore.

Se il mercato è frammentato, invece, un’eccessiva divaricazione tra voti e seggi diventa una forzatura indigesta. Ecco perché l’Academy, da quando ha aumentato il numero di candidature per il Miglior Film, ha previsto un sistema speciale per questo premio: il sistema del Voto Alternativo, usato anche in Australia per le elezioni politiche.

In questo sistema, non si vota soltanto per il candidato preferito, ma si fa una classifica dei candidati: Manchester by the sea è il più bello, Moonlight il secondo, La La Land il terzo, e così via, finché uno ha voglia di ordinarli. Se nessun film è stato scelto come preferito dalla maggioranza assoluta dei votanti, allora si distribuiscono le seconde scelte di chi ha votato per l’ultimo classificato. Se, per esempio, il meno votato tra le prime scelte è Hell or High Water, si toglie questo film dalla gara e si assegnano i voti corrispondenti alle seconde scelte di chi lo aveva votato come film preferito. Poniamo che su 100 votanti che avevano Hell or High Water come prima scelta, 50 avevano Moonlight come seconda scelta, 30 Arrival e 20 Fences: allora Moonlight, oltre ai voti ottenuti come prima scelta, avrà altri 50 voti, Arrival altri 30 e Fences altri 20 voti.

Se ancora nessun film ha raggiunto la soglia della maggioranza, si tira via dalla gara il nuovo ultimo classificato: Lion, diciamo. Qual era la scelta successiva nelle schede assegnate a Lion? E così via, finché qualcuno raggiunge la maggioranza assoluta.

Qui sotto trovate un esempio fatto dal sito Fivethirtyeight sulla base di un sondaggio sui candidati all’Oscar nel 2015. American Sniper è la prima scelta di poco più del 30% dei votanti mentre Grand Budapest Hotel è il preferito di circa  il 15%. Col maggioritario secco, vincerebbe American Sniper. Quando però andiamo a eliminare via via i meno votati, da Whiplash in su, ci accorgiamo che le seconde scelte di chi aveva preferito questi film (soprattutto Boyhood e The Imitation Game) favoriscono nettamente The Gran Budapest Hotel, che alla fine vince il giochino del sondaggio (nella realtà vinse Birdman).

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Matteo Renzi, con l’Italicum, aveva provato a mettere l’accento su due cose: bisogna avere un partito con la maggioranza in parlamento per avere un governo stabile e bisogna che questo partito lo scelgano direttamente i cittadini. I problemi di questo sistema, al di là delle questioni di costituzionalità, erano soprattutto due: non puoi forzare una maggioranza là dove manca per una buona misura, o otterrai una minoranza che governa in odio a tutti gli altri; non puoi avere un parlamento di anonimi con debolissimi legami con gli elettori, o otterrai eletti che non rispondono a nessuno (se non al partito) ed elettori che non si sentono rappresentati.

La premiazione di Moonlight come Miglior Film agli Oscar ci insegna soprattutto una cosa: è meglio un buon film che è piaciuto abbastanza alla maggioranza di un film che ha esaltato tanti ma ha infastidito profondamente tanti altri. Gli incentivi che il Voto Alternativo dà ai candidati sembrano delle ottime medicine per i mali di questa stagione politica: costringere i partiti a trovare centinaia di candidati decenti che si presentino con faccia, nome e cognome (e magari dibattano credibilmente con gli avversari); costringere i candidati a darsi da fare non soltanto per essere la prima scelta di una forte minoranza di appassionati, ma anche per puntare a diventare la seconda scelta di chi preferisce un altro partito. La prima cosa favorisce le persone vere: non bastano da soli il brand, il carisma del leader o il blog. La seconda cosa favorisce i più ragionevoli contro gli esagitati.

Invece di armeggiare con quel che resta dell’Italicum o riproporre il Mattarellum, la risposta da cercare in California è questa: vogliamo l’Oscarellum come legge elettorale!

La fatica di avere ragione

bankeiAvere ragione non è affatto facile. Non mi riferisco al fatto, piuttosto ovvio, che spesso sia difficile capire dove’è la ragione, riconoscerlo, e predicarlo. Qualsiasi persona di buon senso capisce che le cose della vita sono complicate, sfumate, ricche, e che ci vuole una certa dose di tempo, energia e buona volontà per provare a capirci qualcosa. Mi riferisco, invece, al fatto che sia estremamente difficile, una volta capito da che parte sta la ragione, mettersi proprio da quella parte là; e restarci.

Non è necessario, certo, essere bravi ad avere ragione. La ragione è tale a prescindere dall’irragionevolezza di chi la predica. Tecnicamente parlando, la ragione non ha bisogno di ambasciatori credibili, e neppure razionali. Lei è, per definizione, la cosa giusta. La ragione può permettersi di stare in bocca a cialtroni e impresentabili, ottusi e delinquenti. La sua oggettiva esattezza non si cura di vizi e virtù di chicchessia. Così Barack Obama può dire enormi sciocchezze, e il vostro compagno delle medie grillino azzeccare un giudizio politico su Facebook. Di queste quisquilie umane la ragione non sa che farsene.

Per noi mortali, però, avere ragione è un compito, non un risultato: una volta finiti dalla parte della ragione, restarci è un esercizio difficilissimo. Chi s’accapiglia per prevalere in una discussione non capisce l’inutilità dell’ottenere ragione. Vincere o convincere, infatti, non sono la stessa cosa di essere nel giusto. Il mondo è pieno di torti marci presi per buoni: Trump è Presidente, Grillo può arrivare a governare l’Italia, in miliardi muoiono per il fatto di essere nati in un posto al di là o al di qua di un qualche segno geografico artificiale. Siamo irrazionali e irragionevoli, le emozioni ci motivano più dei buoni argomenti, le belle storie ci regalano più senso dei fatti esatti. Per noi umani l’esempio conta, l’incoerenza è fastidiosa, la credibilità è preziosa. Ecco perché avere ragione è un duro lavoro: bisogna meritarsi ogni giorno quel posto.

Sugli immigrati Trump ha torto; e ha torto il Movimento 5 Stelle sull’amministrazione di Roma, il rapporto coi fatti e le notizie farlocche, la concezione della democrazia. Avere ragione, però, è un fardello: bisogna tenersela stretta, perché l’errore è sempre dietro l’angolo; bisogna praticarla, perché la fiducia degli altri è fragile; bisogna conquistarla là dove meno ci conviene, perché avere ragione per caso o per profitto non vizia la ragione ma vizia noi e la forza del nostro esempio.

Se un tribunale spunta una vittoria contro il nazionalismo bigotto di Trump con argomenti dubbi, la ragione che quei giudici hanno contro il provvedimento di Trump è malservita. Se i giornali italiani si affrettano a trarre conclusioni sbagliate e grossolane per criticare Raggi e il M5S, le ragioni di quei giornalisti contro le scelte caotiche e sbagliate del Sindaco di Roma sono seppellite. È la solita storia: la via giudiziaria contro Berlusconi, l’uso rilassato degli executive orders di Obama contro l’ostruzionismo repubblicano, il taglio delle poltrone contro il bicameralismo perfetto. La ragione se ne infischia, certo, dei suoi maldestri testimonial. Ma noi no, non ce lo possiamo permettere: perché lo scopo del gioco non è avere ragione ma avercela in tanti.

Allora mollate i giornalisti superficiali e scorretti, mollate i nemici dei vostri nemici che non sono vostri amici, mollate i mezzi storti per i fini dritti, mollate la vittoria in battaglia che compromette la guerra, mollate chi spreca la ragione che gli è capitato di avere, e mollate chi vi dà ragione senza averne. Accontentatevi di aver torto, che diavolo!, invece di insozzare la ragione che avevate. Se volete una storiella appagante, cercate su Netflix invece di rompere la palle a chi misura le proprie ragioni con pazienza. E non usate le nostre buone ragioni per le vostre porcherie: non sono per voi, ma per chi ancora non le ha.

 

The Democracy Project: una fantasia distopica (o forse no)

matrix-info-technology“Buonasera a tutti”

Erano collegate centinaia di persone da ogni dove. Ma lui portava solo cattive notizie.

“Buonasera a tutti”, disse Elk. “La relazione sul nostro progetto è stata consegnata proprio in questo momento. Come sapete, il progetto ha avuto esito negativo. L’obiettivo era verificare l’ipotesi che una forma di democrazia avanzata simile alla nostra potesse svilupparsi in condizioni avverse. L’ipotesi non è stata verificata. Purtroppo la democrazia si è rivelata più fragile di quel che pensassimo. Comunque, sono qui per rispondere alle vostre domande”

Il primo collegamento fu da un piccolo pianeta artificiale, Litbus 13. “Di quante simulazioni parliamo?”, fu la domanda.

“28.641.318”, rispose Elk. “È stato, come sapete, uno dei progetti più grossi degli ultimi anni. Abbiamo impegnato un bel po’ di capacità computazionale, diciamo così”

“Si sono tutte concluse negativamente?”, chiese un altro.

“Ci siamo interrotti qualche giorno fa, dopo 28.640.000 fallimenti”

“Lei parla di condizioni avverse, professore”, disse un altro, “ma qual era l’ipotesi della ricerca?”

“L’idea”, disse Elk. “era capire qualcosa in più della nostra democrazia, capire quali sono le condizioni minime perché possa nascere e svilupparsi a un punto tale da diventare robusta e resistente. Abbiamo alcuni preconcetti su questo argomento, basati sul nostro passato. Poiché la democrazia si è sviluppata in circostanze molto specifiche, tendiamo a credere che quelle specifiche circostanze siano necessarie per lo sviluppo della democrazia. Con questo progetto abbiamo provato a smentire questa convinzione diffusa, simulando un passato alternativo in cui un gruppo relativamente piccolo di persone avvia un esperimento democratico molto in anticipo rispetto a quel che è successo realmente, in condizioni che secondo le teorie prevalenti sono del tutto insufficienti per la sopravvivenza della democrazia. Insomma, abbiamo provato a piantare i semi della democrazia in un terreno ostile, per vedere se sono forti abbastanza da germinare comunque”

“Un terreno quanto ostile?” chiese qualcuno collegato dalla Stazione Taurus.

“Molto ostile”, rispose Elk. “Abbiamo scelto un’epoca piuttosto remota nella storia del pianeta Terra e una piccola colonia irrilevante negli equilibri geopolitici del tempo”

“Tutte le simulazioni avevano uguali condizioni di partenza?”

“Identiche”, disse Elk. “I mondi di partenza erano tutti simili al mondo reale in cui hanno vissuto i nostri antenati, il pianeta Terra nel giorno 2 luglio 1776. Abbiamo solo inserito una piccola variante storica: queste colonie situate sulla costa orientale del Nord America si rendono indipendenti e avviano un progetto di democrazia politica piuttosto originale. Alquanto avanzato, peraltro.”

“Ma è assurdo!”, esclamò un membro dell’Accademia dalla sede centrale.

“La democrazia avanzata…”, provò a proseguire Elk.

“Lo sappiamo bene che cos’è la democrazia avanzata, professor Elk”, lo interruppe quello. “L’abbiamo inventata noi! Ma l’abbiamo fatto nel 2245, dopo aver cancellato dalla storia ogni residuo primitivo e irrazionale!”

“Sì, ma l’ipotesi…”

“Come potevate pensare che questa cosa avrebbe avuto successo? Il 1776? La preistoria!”

“Vorrei capire”, intervenne un altro, “com’è stata elaborata l’ipotesi iniziale. Insomma, gli uomini del 1776 erano piuttosto irrazionali, non crede? Avevano una scienza a dir poco approssimativa, non utilizzavano neppure l’elettricità!”

“Avevano la religione, professor Elk”, disse un altro, “e vivevano in piccole tribù accomunate da legami genetici, contenute in tribù più grandi debolmente legate dal linguaggio e da qualche altro collante irrazionale”

“Ma anche le persone del 1800 e del 1900”, aggiunse un altro.

“Signori”, intervenne nuovamente qualcuno da Taurus, “ma di che stiamo parlando? Gli esseri umani tutti, tutti quanti!, sono sempre stati irrazionali fino alla fine dei loro giorni! Non hanno mai mostrato alcun segno di voler sperimentare la democrazia, figuriamoci riuscirci per davvero!”

Ci fu un brusio elettrico di approvazione.

“Sono tutte considerazioni ragionevoli”, riprese Elk, “e infatti la nostra ipotesi – molto ambiziosa, lo ammetto – era proprio quella di mettere alla prova queste nostre convinzioni diffuse, provare a capire se invece, con una piccola variante storica, la democrazia sarebbe potuta nascere secoli prima”

“Professore”, intervenne un membro anziano dell’Accademia, “noi amiamo le ipotesi ambiziose. Per fortuna, viviamo in un’epoca con una capacità di calcolo tale da consentire ai nostri scienziati di sperimentare liberamente le congetture più spericolate. Ma oltre 28 milioni di simulazioni… non so…devo ammettere che la cosa mi lascia molto perplesso. Moralmente, la creazione…”

“C’è un problema morale, infatti”, intervenne qualcun altro. “Gli abitanti di queste sue simulazioni credono davvero al mondo in cui vivono. Che è invece un giochino inventato da lei. Non ci dimentichiamo, professor Elk, che fino a poco tempo fa i nostri antenati umani discriminavano quelli come me e come lei, solo perché la nostra coscienza non è trasportata da un supporto biologico. Una barbarie! Creare mondi simulati significa creare delle persone e trattarle come cavie…mi sembra… Conosce il protocollo dell’Accademia…”

“Ovviamente”, disse Elk, “il protocollo è stato rispettato, tutti gli individui usati nelle simulazioni saranno…”

“Non so, professore, non so. Creare individui con i difetti e le sofferenze degli umani!”

“Stiamo parlando pur sempre” aggiunse un altro “di entità coscienti che sono convinte di avere un corpo, un’identità, un mondo intorno a loro – ma in realtà vivono in un supercomputer nel suo laboratorio”

“Tutti noi, tecnicamente parlando, viviamo in un server”, commentò un altro.

“Be’, non è esattamente così. E comunque io so qual è la realtà!” rispose quell’altro, “queste persone vivono in un inganno costruito solo per sperimentare un’ipotesi fantasiosa di Elk!”

“Adesso non esageriamo”, disse un altro, “non sono davvero persone come noi. Se sono stati creati con le caratteristiche della mente umana dell’epoca, le loro capacità cognitive sono ridicole. Solo alcuni radicali pensano che abbiamo degli obblighi morali verso entità con quel tipo di capacità cognitiva limitatissima…”

“C’è stato un momento”, chiese d’un tratto qualcuno da una stazione orbitante nel sistema solare, “in cui ha avuto la speranza di riuscirci, professor Elk?”

Tutti si zittirono in attesa della risposta.

“Sì, c’è stato”, disse Elk. “Nella maggior parte delle simulazioni, gli Stati Uniti d’America diventano una potenza mondiale nel giro di alcuni decenni. La loro lingua diventa la lingua di gran parte del pianeta, la loro cultura la cultura del pianeta. In alcuni casi, la democrazia diventa una cosa contagiosa, entusiasmante. In qualche raro caso, riesce a passare indenne attraverso periodi molto difficili, fino ad arrivare nel nostro millennio”

“Nel nostro millennio?” chiese stupito qualcuno.

“Sì” disse Elk. “Certo, parliamo di forme primitive, imperfette di democrazia. Molto imperfette.Ma promettenti, molto promettenti”

Alla fine del collegamento, Elk passò un po’ di tempo tra le file di calcolatori con le ultime simulazioni ancora attive.

“Che facciamo?” gli chiese Leni, “spegniamo tutto?”

Elk si soffermò su uno di quei mondi artificiali, EKp41657. Il tempo scorreva a una velocità forsennata, milioni di volte più veloce che nel mondo reale. Per molti giorni aveva creduto che in EKp41657 l democrazia avrebbe vinto. Nessuno dell’Accademia gli aveva chiesto che cosa fosse andato male nei suoi mondi simulati. Lo sapevano già, lo intuivano. E avevano ragione: la sua ipotesi era sempre stata una sciocchezza. Elk fissò la folla brulicante di umani radunata insieme per sentire i discorsi squinternati del loro leader. Chissà che cosa pensavano quelle creature, come credevano che il futuro sarebbe stato in conseguenza di quelle loro decisioni. Elk sapeva quale fosse il problema, in verità: gli umani non erano affatto bravi a prevedere il futuro.

Elk rallentò la simulazione fino a provare a sentire qualche brandello di quel discorso, ma faceva fatica a seguirlo, insensato com’era. Si rivolse a Leni distogliendo l’attenzione dal volto arancione deformato dalla rabbia.

“Sì, spegni tutto”, le disse. “E prenditi il resto della giornata. Ci meritiamo un po’ di riposo”

Altri consigli, ancor meno richiesti, a Matteo Renzi

consigliereFrancesco Costa ha dei buoni suggerimenti per Matteo Renzi. Gli consiglia di sparire per davvero dalla scena pubblica per un po’ di tempo, di lasciar governare Gentiloni, di astenersi dall’alimentare bufale come quella sui vitalizi, di vincere prima il congresso del PD e poi, se ci riesce, le elezioni. Sono tutti degli ottimi consigli, e se fossi Matteo Renzi (o qualcuno che ha il suo orecchio su questioni strategiche) li prenderei in serissima considerazione.

Per gli inguaribili fan della sostanza, però, la strategia non basta. Ci vogliono le idee, i valori, i fatti. Ho votato Renzi per due volte alle primarie, ho votato il suo PD alle europee, e ho votato Sì al referendum costituzionale, nonostante i molti dubbi sulla campagna referendaria da lui orchestrata e condotta in prima persona. Sono un pragmatico del meno peggio, e temo le conseguenze elettorali dannose di un voto identitario molto più di quanto tengo al piacere di votare un candidato o un partito che mi assomiglia. Ciononostante, il voto di quelli come me non è affatto scontato – per fortuna di tutti. Renzi resta ancora il meno peggio, ma la brutta notizia è che questa non è una bella notizia. Soprattutto, non è necessariamente un fatto immutabile.

Anch’io quindi ho cinque cose che consiglierei a Matteo Renzi. Eccole.

1. Spiegaci perché non ti sei ritirato dalla politica. Lo avevi detto in video in modo perentorio: “Facendo un gesto di coraggio e anche di dignità io ho detto che se perdo il referendum, non è soltanto che vado a casa, ma smetto di far politica”. Non è un dettaglio, una frase scappata dal cuore, una piccola leggerezza da contestualizzare. Ritirarsi dalla politica per aver perso un referendum costituzionale è una sciocchezza: non avresti dovuto fare una promessa del genere. Ma l’hai fatta. E questo fatto – proprio per quel principio di responsabilità invocato mentre facevi quella promessa – non può essere relegato alla categoria del meme fastidioso del Fatto quotidiano. È un impegno politico enorme, quello che hai preso, e non possiamo far finta di nulla e lasciare che tu faccia finta di nulla.

Ci devi spiegare. La cosa migliore da fare, ovviamente, sarebbe onorare l’impegno, e lasciare il campo a qualcun altro. Se  non lo fai, devi quantomeno venirci a dire perché. Forse ci dirai che hai fatto una sciocchezza, che è stato uno dei tanti errori di quella brutta campagna referendaria. Forse ci dirai che ti sei fatto abbagliare da un’eccessiva sicurezza di te, che dopotutto sei più ingenuo e inesperto di quel che vorresti sembrare. Anche da un punto di vista comunicativo, trovare il coraggio e la dignità per constatare e spiegare quest’errore clamoroso potrebbe persino essere una gran trovata. Ignorare questo fatto – come abbiamo ignorato l’altra tua promessa tradita sull’arrivare al governo con le elezioni – è enormemente nocivo. Se accettiamo anche questo, ci mettiamo sulla buona strada per accettare, tra qualche anno, un voto parlamentare sulle parentele di Mubarak.  Bisogna fermarsi in tempo.

2. Dicci la tua visione sul declino dell’Italia. Lo si è ripetuto così tante volte, che ormai l’idea sembra aver perso qualsiasi significato: l’Italia è in declino da vent’anni e più. Fino agli anni 1980, il PIL pro-capite dell’Italia superava quello di Francia, Germania e Regno Unito; dai primi anni 1990 le cose stanno all’opposto. Che cos’è successo? Quali sono i problemi principali secondo il PD di Renzi? Quali sono le possibili soluzioni? Marco Simoni, economista politico della London School of Economics e consigliere del Governo (prima Renzi, ora Gentiloni) ha scritto che il nostro problema principale è che il sistema italiano non è né carne né pesce, ma un mix tra meccanismi di mercato e meccanismi cooperativi. Insomma, un miscuglio incoerente tra stile anglosassone e stile tedesco o scandinavo. Una teoria affascinante, direi: ma tu, Renzi, che cosa ne pensi? Filippo Taddei, economista della John Hopkins University e responsabile economia del PD voluto da te, scriveva nel 2013 che tagliare l’IMU era un errore e bisognava invece concentrarsi sull’IRPEF. Tu, che hai invece poi tagliato l’IMU, che ne pensi? Probabilmente è vero che le elezioni non si vincono sui dettagli di policy, ma con l’emozione. Le emozioni, però, per smuovere il paese, devono avere una base su cui poggiare. Dovresti chiarirti le idee e spiegarcele per bene.

3. Rilancia sull’Europa unita. Nelle democrazie, purtroppo e per fortuna, il sentimento della maggioranza va ascoltato. E l’umore del momento è un gran fastidio per l’Unione europea. Assecondare quest’umore è una via comoda, ma di respiro corto: la disgregazione dell’Unione europea può solo creare ancora più danni – economici, politici e civili. Il tuo PD dovrebbe difendere il progetto europeo senza ignorarne i problemi. Rilanciare il programma di “un’Unione più perfetta” (per usare le parole del preambolo della Costituzione degli Stati Uniti e il titolo di uno dei più famosi discorsi di Obama); rilanciare l’ambizione di un’Unione più unita, di una vera Costituzione europea che non sia un lungo e dettagliato regolamento tecnico ma un insieme di valori e principi; rilanciare il progetto di istituzioni più democratiche, più trasparenti, più chiare per i cittadini. Sparare sull’Europa per guadagnare qualche spiccio in più da spendersi è un piano povero e triste. Dovresti puntare in alto, sbaragliare il sentimento prevalente, farti campione di un grande progetto europeo – che è l’unico antidoto sensato all’incombente apocalisse popolar-nazionalista.

4. Stai dalla parte giusta della storia, contro il populismo. La politica non è sempre, in tutto e per tutto, una questione di comunicazione. Il marketing è importante, certo, ma il prodotto conta. Il referendum costituzionale non l’hai perso perché non sei stato “bravo a spiegare la riforma”, come vai dicendo. Forse in parte è anche quello, ma alla fine dei conti quella riforma non è piaciuta e devi far pace con questo fatto. Il “Matteo risponde”, la linea diretta con la “gente” su Facebook e Twitter, non è più democratico di una conferenza stampa: perché i giornalisti (almeno in teoria) fanno le domande che vogliono, senza filtri, e sono pagati per studiare e prepararsi (a differenza dei tuoi follower su twitter). I parlamentari non sono ladri scansafatiche da “mandare a casa”, la soluzione per i problemi dell’Italia non è “tagliare le poltrone” né metter fretta al parlamento. In una democrazia sana, eleggiamo rappresentanti bravi e onesti che sappiano meglio di noi quel che c’è da fare. Questo ci aspettiamo da te. In questo momento c’è un’epocale battaglia culturale da combattere, che può essere fatale: quella per le cose fatte bene, il pensiero critico, i dati, le competenze, la discussione aperta contro il titillamento emotivo, la retorica cheap, l’acclamazione della folla, le bufale, il filo diretto con la gente, l’antiparlamentarismo. Tu hai pericolosamente spostato il PD di qualche passo verso la parte sbagliata di questa battaglia. Può essere un errore micidiale. È essenziale ascoltare le istanze popolari, capirle, dare delle risposte. Ma bisogna essere bravi a farlo, separando il buono dal cattivo, trasformando il buono in valori condivisi, in progetti emozionanti. A ripetere i motti da bar a reti unificate sono bravi tutti. Fermiamoci finché siamo in tempo.

5. Vinci con le buone idee, se ci riesci. Promettere il cambiamento funziona sempre, in campagna elettorale. La gioventù, mista all’odio per i soliti noti, ti ha reso le cose facili. Ma il cambiamento è una cosa che ti puoi giocare una sola volta. È tempo di andare sul concreto. Che cosa pensa il tuo PD sulla globalizzazione, oggi che è più chiaro a tutti quali ne siano stati i vantaggi e i danni? Che cosa pensa il tuo PD sull’enorme pantano socioeconomico in cui si trovano bloccati i giovani italiani? come se ne esce? L’immigrazione è certamente lo strumento più potente che abbiamo per migliorare le condizioni dei cittadini dei paesi più poveri: come ci dovremmo regolare? Esci dalle formule vaghe e vuote con cui condisci interviste alla fine delle quali nessuno si è fatto un’idea delle tue idee. Pensi che ci sia un problema di disuguaglianza in Italia oppure no? Pensi che ci sia un problema di sbilanciamento sulle rendite, e come possiamo risolverlo? (Di certo non togliendo l’IMU, a naso). Proponi i valori per cui dovremmo emozionarci, uscire di casa, convincere gli amici, venire a votare. La differenza di stile, ok, ha pagato per un po’. Ora le cose si fanno complicate.

 

Chi deve pilotare l’aereo?

pilota

La domanda è sbagliata

Sono molto infastidito e preoccupato dalla demagogia del sapere che è molto di moda di questi tempi: il fastidio per gli esperti, il rifiuto delle competenze, il complottismo della scienza “alternativa” contro quella “ufficiale”. C’è però la tendenza, vedo, a reagire a questo fenomeno in un modo sbagliato e pericoloso: ricorrere al principio di autorità. In questo modo, al fastidio per gli esperti si contrappone  il feticismo del curriculum, cadendo nell’errore uguale e contrario rispetto a quegli altri. Il problema, infatti, non è tanto in una delle due diverse risposte alla domanda “A chi bisogna dar credito?”, se agli esperti o al cittadino qualunque. Il problema sta proprio nella domanda, che è fuorviante. Non bisogna dar credito a qualcuno piuttosto che a qualcun altro. Bisogna dar credito alle idee oggettivamente migliori, cioè quelle sviluppate secondo il metodo scientifico, del libero confronto, del pensiero critico. Seguendo l’errore dei demagoghi e dei loro seguaci si finisce invece in un corto-circuito senza via d’uscita, ci si divide in fan di questa o quell’altra fonte del vero (l’esperto, il popolo, l’uomo della strada) senza trovare soluzioni.

La vignetta del New Yorker

Due cose girate parecchio su internet negli ultimi giorni mostrano bene il rischio che corrono i miei amici del Club degli Esperti. Iniziamo dalla prima: una vignetta del New Yorker. Il passeggero di un aereo si alza in piedi per protestare contro la “casta” dei piloti, accusandoli di essere “smug” – compiaciuti, spocchiosi – e di aver perso il contatto con la gente normale, coi passeggeri. Subito dopo, si propone lui stesso come nuovo pilota (senza averne le competenze, s’immagina) e chiede il supporto degli altri passeggeri. Tutti alzano la mano. Il bersaglio della vignetta è facilmente riconoscibile: il popolare odio per le élite che si è trasformato in popolare odio per le competenze che ha convinto molti politici, ciarlatani, arruffapopoli, diffusori di idiozie e bufale a fondare partiti e carriere su questo sentimento popolare, con disastri (potenziali e in parte già in atto) per le società occidentali. Quando un giornalista chiese a Michael Gove, uno dei leader del movimento per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, di menzionare anche un solo economista a favore della Brexit, Gove rispose “I cittadini di questo paese sono stufi di esperti”. Gove, ricordiamocelo, è uno di quelli che durante la campagna per il Leave continuava a dire che la Gran Bretagna avrebbe guadagnato 350 milioni di sterline alla settimana dall’uscita dall’UE – pur sapendo, verosimilmente, che si trattava di un’affermazione campata in aria (che fu prontamente e sfacciatamente smentita all’indomani del voto). Donald Trump, dopo la vittoria alle primarie del Nevada, ha annunciato “I love the poorly educated”, mi piacciono quelli poco istruiti. Beppe Grillo nel corso della sua carriera ha aiutato la diffusione di un gran numero di bufale scientifiche, sulla pericolosità dei controlli preventivi, sui vaccini, sull’AIDS, sulla cura Di Bella. C’è certamente uno schema ricorrente nei demagoghi venuti alla ribalta in questi anni, secondo cui bisogna diffidare del sapere “ufficiale” ed è meglio che i cittadini comuni facciano invece da soli, senza bisogno di tecnici ed esperti. La vignetta del New Yorker è un’efficace critica a questa demagogia del sapere perché mostra immediatamente come possa portare al disastro: gli aerei dovrebbero essere comandati da chi ha le competenze per farlo, i piloti; dare in mano un aereo a un passeggero comune è una scelta suicida. Pilotare un aereo, insomma, non è una faccenda democratica.

commenti_burioniLo sbrocco di Burioni

Nelle stesse ore ha avuto grande diffusione anche lo sfogo del medico Roberto Burioni, professore di microbiologia e virologia, e popolare divulgatore online di questioni scientifiche, soprattutto in materia di vaccini. L’anti-vaccinismo di questi anni è un atteggiamento spesso associato alle tendenze di cui sopra, insieme con l’immancabile complottismo, che vede dappertutto degli intrighi tra potenti a danno dei cittadini comuni (in questo caso, le case farmaceutiche e i governi che ne acquistano i vaccini). Burioni, con la sua generosa attività di debunking e divulgazione online, è quindi indirettamente divenuto un eroe della resistenza contro il Club dell’Uomo Qualunque. In un post su Facebook che smontava la falsa affermazione per cui gli immigrati portano la meningite in Italia, Burioni a un certo punto si è stufato di avere dozzine di commenti inadeguati, e ha deciso di cancellarli tutti. “Preciso che questa pagina non è un luogo dove della gente che non sa nulla può avere un ‘civile dibattito’ per discutere alla pari con me. E’ una pagina dove io, che studio questi argomenti da trentacinque anni, tento di spiegare in maniera accessibile come stanno le cose impiegando a questo scopo in maniera gratuita il mio tempo che in generale viene retribuito in quantità estremamente generosa”, ha scritto Burioni. Concludendo con un bel “La scienza non è democratica”. Insomma, siamo dalle stesse parti della vignetta del New Yorker, ma senza il rovesciamento della satira. Burioni dice chiaramente che lui, l’esperto, dice come stanno le cose e gli altri possono verificare le fonti ma non ci può essere alcun dibattito tra lui e l’inesperto, il cittadino comune che non sa nulla di queste cose.

Ho una teoria su come Burioni si è convinto della sua opinione

Non c’è dubbio sul fatto che, se fossi su un aereo, vorrei che nella cabina di pilotaggio ci stesse un pilota con tanto di licenza e la maggior esperienza possibile; e, se avessi dubbi su un vaccino, chiederei a Burioni e non a uno a caso tra i suoi commentatori. Ribadire che gli Esperti sono spesso molto meglio dell’Uomo Qualunque è una cosa importante, perché è una di quelle banalità che sembrano talvolta perse di viste. Però alla base della mia fiducia (precaria e fallibile) per il pilota certificato e per Burioni, c’è una teoria: che il pilota e Burioni abbiano studiato per bene e si continuino ad aggiornare e tenere in allenamento, che le istituzioni preposte (scuola di volo, facoltà di medicina) facciano un buon lavoro, che far parte di una comunità di piloti e medici che si confrontano su problemi e nuove soluzioni sia un ottimo modo per prevenire e correggere gli errori (che comunque sia il pilota sia Burioni commettono). Insomma, io non ho fiducia in Burioni perché un prof (di tanti prof ho pochissima fiducia, giustamente). Ho fiducia in Burioni perché leggendo quello che dice e come lo dice, ho una teoria su come lui si sia fatto un’opinione: cioè nel modo migliore, tramite dati empirici, spiegazioni convincenti, confronto con altri esperti, senso critico. Il punto non è il CV – sebbene sia ovviamente più probabile che con quel CV Burioni abbia avuto modo di studiare, leggere, confrontarsi ecc. – ma è il modo in cui è arrivato ad avere quella sua idea che adesso mi propone.

Quando Burioni risponde che lui non discute con la gente ha ovviamente tutto il diritto di farlo. Ma lasciar intendere che il modo giusto di gestire questa cosa è un flusso unidirezionale dall’alto verso il basso, dall’Esperto al suo audience, rischia di essere fuorviante. Io sono grato a Burioni per il fatto che spende tempo per sintetizzarmi questioni complesse, a me che non saprei consultare e comprendere per bene le fonti originali. Ma se io avessi delle buone obiezioni a quello che Burioni dice, ad esempio delle obiezioni di coerenza logica in un suo post, quelle obiezioni non sarebbero meno buone per il fatto che io non sono un Esperto.

Il Club delle Buone Idee

Questo è il punto importante della faccenda. Seppur possa sembrare, a prima vista, un pelo nell’uovo filosofico, è bene che quelli del Club degli Esperti tengano ben presente la differenza tra Buone Idee, sviluppate con un buon metodo, ed Esperti. La cosa importante sono le prime, non i secondi. Il Club giusto a cui iscriversi, insomma, è quello delle Buone Idee.

Che succede se si confondono Buone Idee ed Esperti? Be’, innanzitutto, si perde credibilità immediatamente agli occhi di quelli del Club dell’Uomo Qualunque. La battaglia per la scienza, la competenza e la verità (usiamo pure questo parolone) perde subito ogni sua efficacia se mischiata alla battaglia per gli esperti. Gli esperti, infatti, sbagliano. Tanti esperti certificati dicono sciocchezze, combinano disastri. Appellarsi a questo esperto o a quell’altro significa solo darsi al tifo per una determinata fonte di autorità. Invece, bisogna far domande agli esperti, bisogna stare a sentire quello che propongono, come sono arrivati a quelle conclusioni, con che dati, con che ragionamenti. Su molti argomenti, la gran parte di noi non è in grado di fare quest’esame. Per questo c’è la comunità scientifica, giornalistica, accademica di riferimento: l’idea è che queste comunità seguano un metodo che consente di mettere alla prova le teorie degli esperti, migliorarle, selezionarle. E’ questo che deve interessarci: che la scuola, l’università, i giornali, le case editrici, i siti web affidabili, i luoghi istituzionali della conoscenza funzionino bene, con un buon metodo, il metodo del libero confronto, del pensiero critico, della verifica dei dati, dell’onestà intellettuale. E’ questo il meccanismo che ci ha assicurato negli ultimi secoli la diffusione di idee migliori di quelle che avevamo prima, non gli Esperti in quanto tali.

Se si aderisce al Club degli Esperti si rischia di finire con l’approvare l’istituzione di Commissioni Governative o Agenzie o Tribunali (tutti fatti di Esperti certificati, ovviamente), incaricati di scoprire la verità, promuovere le idee buone e scacciare quelle cattive. Al che il Club dell’Uomo Qualunque risponderà con una Commissione per la Verità composta da semplici cittadini. Ancora una volta, la battaglia si sarà spostata sul terreno del Chi, mentre la cosa importante è il Come.

La cosa la spiega bene Karl Popper

La questione la spiega benissimo Karl Popper in un saggio del 1960 intitolato “Knowledge without Authority”, che andrebbe fatto leggere a tutti. “Quali sono”, si chiede Popper, “le fonti della nostra conoscenza?”. E risponde: “Ci sono fonti di ogni tipo per la nostra conoscenza, ma nessuna di queste ha autorità”. Per Popper, la domanda sulla fonte della conoscenza è simile alla domanda, politica, “Chi deve governare?”. Entrambe sono, per Popper, sintomi di una ideologia autoritaria secondo cui la validità di qualcosa (una notizia, una tesi, un’idea o una legge, un provvedimento) derivano dalla fonte di quel qualcosa (il Corriere della Sera, Burioni, Papa Francesco o il Parlamento eletto, il Re, il Caro Leader). La soluzione di Popper al problema politico è nota: bisogna sostituire la domanda “Chi deve governare?” con la domanda “Come facciamo a organizzare il nostro sistema politico in modo tale che governanti incompetenti o malintenzionati non possano fare troppi danni?”. L’equivalente, nell’ambito della conoscenza, è sostituire la domanda “Quale dev’essere la fonte della nostra conoscenza’” con la domanda “Come possiamo sperare di individuare ed eliminare l’errore?”. La risposta a quest’ultima domanda, secondo Popper, è questa: “Criticando le teorie o le supposizioni degli altri e – se riusciamo a insegnarci a farlo – criticando le nostre stesse teorie o supposizioni”. Insomma, conclude Popper, non esistono fonti ultime della conoscenza. “Ogni fonte, ogni suggerimento è benvenuto; e ogni fonte, ogni suggerimento è soggetto all’esame critico”. Tutta la conoscenza umana è fallibile e il modo migliore per individuare e correggere i nostri errori è il confronto, il dibattito critico.

Quindi?

Quindi il pilota deve pilotare l’aereo perché sa farlo meglio del normale passeggero, non perché è un pilota. Burioni ha ragione sul nesso tra meningite e migranti perché le cose che dice sono documentate e logicamente sensate, non perché lui è un professore universitario. Questa, che può sembrare una fisima epistemologica, è una differenza fondamentale. Quel che deve starci a cuore è il metodo critico che dall’Illuminismo in avanti ha dato agli esseri umani uno strumento di progresso spettacolare e incredibile: non gli Esperti, ma la libera discussione, la critica razionale, il dibattito aperto e senza filtri. E’ questo lo strumento portentoso che ci assicura contro le bufale e le idiozie. Non gli esperti, i loro curriculum e i loro certificati: ma la forza delle buone idee.

Quell’uomo che si è alzato sull’aeroplano del New Yorker dice una sciocchezza, ovviamente: il fatto che il pilota sia distaccato dalla gente comune non è un’obiezione sensata al fatto che debba pilotare. Ce lo dice la logica, non la licenza di volo. Anche quel passeggero, però, potrebbe aver notato qualcosa, avuto un’intuizione, formulato una teoria durante una situazione critica: se ce ne sono le condizioni, andrebbe discussa, dibattuta, criticata e – se regge a tutto questo – adottata, in barba alla mancanza di credenziali in materia di aviazione. Sarebbe lo stesso pilota, se è un buon pilota, a dargli ragione.

La volontà del popolo e il miscuglio delle volontà

malkBisogna resistere alla tentazione di attribuire l’esito di un voto a un’unica, semplice spiegazione, per quanto suggestiva essa sia. Il popolo non ha un’unica volontà, ma esprime milioni e milioni di singole preferenze individuali, ciascuna influenzata da un mucchio di fattori, razionali e irrazionali. “L’unico significato che vedo nella parola ‘popolo’, scriveva Paul Valèry, è ‘miscuglio’; se sostituiamo alla parola ‘popolo’ le parole ‘miscuglio’ o ‘numero’ otteniamo certe espressioni molto strane: il miscuglio sovrano,  la volontà del miscuglio…”. Ecco: quando vi prende la voglia di attribuire al popolo un’identità omogenea, desideri coerenti o una volontà unica, fate l’esercizio proposto da Valèry e ricordatevi che il popolo è solo un gran numero di individui assai diversi l’uno dall’altro.

Questa raccomandazione è doppiamente utile per leggere la netta vittoria del No al referendum costituzionale. In primo luogo, ci sconsiglia di spiegare il voto con il populismo, il conservatorismo, l’anti-europeismo, il disagio sociale, il voto di classe, il risentimento dei bersanian-dalemiani, o altre forme di dissenso tecnico o politico, nel metodo o nel merito, su questo o quell’altro aspetto della riforma. L’unico fatto certo, infatti, è che una cospicua maggioranza dei cittadini che ha votato ha votato per il No. Ogni spiegazione unitaria di quel voto è però azzardata, e molto probabilmente sbagliata. In secondo luogo, ci mette in guardia dall’idea che che esista un unico e preciso errore commesso da Renzi, e che esista un’unica e precisa soluzione a quell’errore.

Insomma, ricordarsi che il popolo è un miscuglio, o comunque un insieme complesso e articolato di individui diversi, è un antidoto contro due idee fortemente diffuse tra i commentatori del giorno dopo: che esista una Grande Spiegazione e che esista una Grande Soluzione.

Lo abbiamo già visto un mese fa dopo l’elezione di Donald Trump. Dal giorno dopo le elezioni hanno cominciato a fioccare Grandi Spiegazioni dell’evento incredibile che era appena successo – il razzismo, il sessismo, la demagogia, la globalizzazione, l’imbarbarimento dell’America, il disagio della classe operaia abbandonata dalla sinistra – e  altrettante Grandi Soluzioni, ciascuna delle quali provava ad affrontare e rimuovere quell’unico fattore decisivo che si usava, di volta in volta, come capro espiatorio per il disastro elettorale. Ci si dimenticava, però, che il popolo aveva votato in maggioranza per Hillary Clinton (ad oggi siamo a circa due milioni e mezzo di voti in più) e che negli stati determinanti i voti decisivi per Trump erano stati poco più di 100.000 su un totale di quasi 130 milioni di votanti. Il popolo, insomma, non ha voluto Trump. Più semplicemente, gli imperfetti meccanismi elettorali con cui prendiamo queste grandi decisioni si sono mossi, di poco, in un senso invece che in un altro. E, probabilmente, tanti piccoli e grandi fattori hanno tirato qualcuno da una parte e qualcun altro da un’altra parte, finché l’equilibrio artificiale imposto da una tra le tanti possibili leggi elettorali si è assestato in quel punto preciso.

Nel caso del referendum costituzionale lo scarto è invece netto e ampio: tra i favorevoli e i contrari alla riforma ci sono quasi venti punti percentuali di distacco.Non abbiamo alcun dato, però, per dire che il popolo ha un comune sentire sulla Costituzione. In realtà, non abbiamo dati neppure per accomunare i favorevoli e i contrari sotto due etichette omogenee e distinte. Anzi, sappiamo per certo che non è così. Tra quelli che hanno votato No pullulano idee diverse sul bicameralismo, sul quorum per i referendum, sui poteri delle regioni. Tra quelli che hanno votato Sì esistono le opinioni più disparate sul ruolo che dovrebbe avere il Senato, sulla parità di genere e sulla democrazia diretta.

La varietà del miscuglio aumenta a dismisura se ci spostiamo dall’oggetto del referendum ai Grandi Temi messi in mezzo dai commentatori per raccontare una suggestiva storia dell’Italia-di-oggi: Renzi, la legge elettorale, il liberismo, il populismo, gli immigrati, l’Europa, l’austerity, il coraggio di cambiare, la paura della conservazione, la Cultura, la resistenza partigiana, il fascismo, la pressione fiscale, e le ricette per aumentare la crescita economica. Su nessuna di queste cose il popolo si è espresso e nessuna opinione su una di queste cose, da sola, ha determinato l’esito del referendum. Da un miscuglio di idee sulla riforma costituzionale è necessario trarre una decisione unitaria, seppur con regole arbitrarie e artificiose. Non possiamo fare altrimenti. Non è affatto necessario però, né tantomeno legittimo, trarre conclusioni su alcun altro argomento, né costruirci sopra Storie Grandiose, Intenti Unitari e Grandi Motivazioni. Il popolo ha parlato, in un certo qual senso, ma ha detto pochissimo: molto meno di quel che pensate.

La verità del miscuglio impone una bella dose di umiltà: tutte le vittorie politiche sono fragili, contraddittorie e impermanenti. Certo: in politica ci sono avvenimenti che possono davvero alterare gli equilibri fondamentali per lungo tempo, nel bene o nel male. Ma per il resto i ribaltamenti della società sono un’illusione ottica. Comunque la pensiate sui più svariati argomenti tirati in ballo nelle analisi del voto, sappiate che decine di milioni di persone la pensano in modo diverso. E queste persone saranno ancora lì, domani e dopodomani e il giorno dopo ancora, e sarà meglio che troviate un modo per convivere con loro senza grossi traumi. Alla fine, il populismo è proprio questo: fingere che il popolo sia un tutt’uno e pretendere di interpretarne la volontà. Rompere quest’illusione e riconoscere il miscuglio non è però un modo per predicare il caos o autorizzare l’isolamento egoistico dalla società. Al contrario, riconoscere il miscuglio significa accettare la complessità e la differenza, e ricordarsi che, chiunque vinca, gli altri sono qui per restare.