Appunti per una filosofia generale dello sport

ManodediosLa settimana scorsa nel mondo dello sport sono successe due cose degne di nota. La prima cosa è che nella notte italiana tra mercoledì 30 ottobre e venerdì 31, i Red Sox di Boston hanno vinto la World Series di baseball: una serie di partite tra le due migliori squadre della stagione che decide chi è la migliore squadra d’America (e del Mondo). La seconda cosa è che domenica 3 novembre la squadra di calcio dell’AS Roma ha interrotto una serie di vittorie consecutive che durava dall’inizio del campionato: avrebbero potuto essere 11 di fila o anche di più, invece si sono fermate a 10 (che è già un record, però).

Le differenze tra queste due cose – vittoria dei Sox, pareggio della Roma – sono tante. La partita giocata a Boston ha incoronato la vincitrice di un campionato, mentre la partita della Roma è stata una tra tante, per niente decisiva. Poi del baseball in Italia non interessa a nessuno. Quindi, nonostante la vittoria della World Series sia una cosa molto più importante nel baseball di quanto possa essere un pareggio alla 11a giornata nel campionato di calcio italiano, è probabile che chi segue lo sport in Italia sia a conoscenza del pareggio della Roma ma non della vittoria dei Sox.

C’è però una differenza tra le due partite che potrebbe spiegare, almeno in parte, perché agli americani piace molto il baseball e pochissimo il calcio e agli italiani succede invece l’esatto contrario. E’ una questione – diciamo così – di filosofia generale dello sport.

Il risultato finale di Torino – Roma è stato contestato a causa di presunti errori arbitrali. In particolare, non sarebbe stato fischiato un rigore a favore della Roma (che avrebbe probabilmente alterato il risultato) e anche il gol del Torino avrebbe potuto essere evitato se l’arbitro non avesse erroneamente tralasciato un fallo commesso immediatamente prima.

Le discussioni sugli errori arbitrali (veri, presunti, possibili) sono una liturgia del calcio italiano. Fanno parte del complessivo sistema di intrattenimento calcistico, in cui la partita è solo una delle fonti ufficiali di emozione e divertimento. Gli italiani si divertono ugualmente a discutere di com’è andata la partita e di come sarebbe potuta andare. Il calcio ha sempre una sua dimensione controfattuale, per così dire, che ha un’importanza notevole, quasi pari a quella fattuale registrata dalla classifica ufficiale. Se l’arbitro non avesse dato quel rigore, se l’arbitro non avesse fischiato quel fuorigioco. Da una parte ci sono i risultati attuali e dall’altra ci sono risultati potenziali: molteplici, ovviamente, perché le variabili sono tante. C’è chi addirittura fa delle classifiche ipotetiche: la verità nel calcio è traballante.

Non è solo una questione di errori arbitrali, però. L’arbitro incapace (o più probabilmente venduto, corrotto, in mala fede) è certamente una figura cruciale della mitologia del pallone. Ma la precarietà della verità calcistica (è andata così ma poteva benissimo andare in quest’altro modo) è insita nell’anima stessa del gioco del calcio, nelle sue regole, nel modo in cui si gioca, nel modo in cui si vince e si perde. E va molto d’accordo con l’umore nazionale e la cultura del nostro paese.

Ovviamente anche gli arbitri di baseball commettono errori (anche se sembrerebbe che gli errori siano pochi). E anche i tifosi di baseball sono fortemente faziosi con la conseguenza che una decisione arbitrale difficile è spesso sbagliata solo se va a sfavore della propria squadra. Ma nel calcio la confutabilità del risultato fa parte del senso del gioco. Pensate alla frase “La squadra X ha meritato la vittoria”. Nel calcio è una cosa degna di nota che la squadra che vince ha davvero meritato quella vittoria. In effetti, è perfettamente normale che vittoria e merito non vadano di pari passo.

Risultati precari, autorità poco credibili, verità confutabili, sconfitte immeritate e vittorie virtuali: il calcio è lo specchio dello spirito del popolo italiano, si sa. E’ possibile formulare, tra il serio e il faceto, una teoria generale su sport e spirito del popolo? Alcune idee:

1. Chi si fida dell’arbitro? L’arbitro non è credibile. La squadra avvantaggiata da un errore “ruba” un rigore: c’è dolo, insomma, e l’arbitro non è un’autorità imparziale credibile. Gli italiani non hanno mai avuto un buon rapporto con le istituzioni, ma soprattutto l’Italia non sembra saper gestire in maniera decente le procedure per accertare chi ha torto e chi ha ragione. Ottenere una radiografia dal Sistema Sanitario Nazionale non è una cosa semplice. Ma ottenere una condanna contro un fornitore che ha violato un contratto è una cosa eroica. Le sentenze di primo, secondo e terzo grado, dopo anni e anni di incertezza, sono ancora oggetto di dibattito infinito. I responsabili rimangono sconosciuti, i misteri irrisolti. La storia d’Italia è l’oggetto di un enorme, sfiancante moviolone in cui non è mai chiaro se il fallo c’era. Adoriamo l’indagine più della verità che dovrebbe scoprire. E nessuno, ne siamo convinti, è animato da buona fede.

2. Le verità nascoste. Ancora il moviolone: alla fine, chi ha ragione? E’ discutibile: e infatti tutti ne discutono. Come scriveva Giacomo Leopardi nel 1826, nessun italiano della storia ha mai ricevuto ammirazione o condanna incondizionata: tutti hanno sempre ammiratori e detrattori. Tifosi a favore e tifosi contro. I fatti non smentiscono mai le opinioni dei tifosi più accesi. Di tutto si può sempre discutere. Se questo modo di pensare è diffuso in qualunque area (politica, economia, perfino i farmaci e i terremoti sono questione di opinioni), il calcio offre agli italiani la consacrazione dell’opinabilità. Il tifo, infatti, giustifica e inficia allo stesso tempo qualsiasi posizione, giusta o sbagliata che sia.

3. Per un pelo. I risultati nel calcio possono variare con più facilità rispetto a certi altri sport, come il baseball. La stagione regolare nel baseball prevede 162 partite per ogni squadra. Poi c’è la post season, e solo i due campioni di Lega giocano le partite della World Series. In ogni partita, poi, ci sono nove innings e in media le squadre di Major League segnano più di 4 punti a partita. Insomma, è una lunga traversata, lenta e difficile, in cui si segnano parecchi punti e si giocano tantissime partite. L’idea, in pratica, è che il duro lavoro alla fine paga: non ci sono scorciatoie, bisogna faticare in modo costante e a lungo. Nel calcio invece le partite sono poche (un quinto della regular season di baseball) e fare gol è una cosa abbastanza difficile (nel campionato 2012/2013 le squadre di Serie A hanno segnato in media 1,3 gol a partita). Se i gol sono pochi e le partite pure, il gol fortuito o il rigore negato o il fuorigioco inesistente o l’errore stupido possono fare la differenza. Si può vincere o perdere “per un pelo” e “ingiustamente” con più facilità di quanto possa succedere nel baseball. Il caso diventa un fattore ingombrante e un alibi facile: ha dominato ma ha perso, migliore in campo ma sconfitta.

4. Il pallone è tondo. Se i giudici della gara sono poco credibili, i fatti tutti discutibili e il caso ha un peso notevole, allora la verità del risultato è effimera. E’ andata in un modo ma poteva benissimo andare in un altro modo. Tutto è accidentale. La morale del calcio è tutta in un’espressione molto usata: il pallone è tondo. Quel che conta è il risultato ma questo è vero in qualsiasi sport. Solo nel calcio è necessario sottolinearlo. Perché? Perché il risultato spesso è ingiusto, o almeno percepito come tale. Il tifoso più ragionevole e saggio, quindi, deve provare a calmare l’ira dei suoi compagni di tifo: il pallone è tondo, che ci vuoi fare? Dato il contesto molto precario, la cosa più ragionevole da fare è rassegnarsi al fato. La vittoria sul campo sfugge al potere dell’uomo, è una cosa incontrollabile, sovrannaturale. Angustiarsi è inutile: il pallone rotola dove vuole lui. Il fatalismo è spesso la migliore virtù disponibile per i tifosi più assennati.

5. Procurarsi un fallo. Una cosa che un bravo calciatore deve saper fare è procurarsi un fallo. Un fallo è una violazione delle regole, che comporta una sanzione per chi l’ha commesso. Procurarsi un fallo, quindi, è un concetto un po’ strano. Significa far sì che il giocatore avversario violi le regole e quindi subisca la sanzione, con vantaggio della propria squadra. L’estremo di questa pratica è la simulazione, che però è a sua volta una violazione delle regole e come tale è punita. Ma procurarsi un fallo legittimamente è possibile, anzi è una delle cose che un calciatore dovrebbe saper fare. Le regole stesse e la buona pratica calcistica, quindi, prevedono che un giocatore debba impegnarsi perché avvenga una violazione delle regole. Eh, però non è una qualsiasi violazione, è una violazione a nostro favore!

6. L’estro, la fantasia, il cuore. Nel calcio ci sono concetti sfuggenti così come è sfuggente, abbiamo visto, la realtà oggettiva o anche solo una pretesa di essa. Alla tecnica fredda sono spesso contrapposti l’estro, la fantasia, il cuore. Ovviamente, la possibilità che una partita giocata male sia risolta con un unico gesto inventivo è una bellissima sintesi di tutta la storia. Ottantanove minuti giocati male, senza azzeccarne una, difendendosi in modo pigro e senza esser capaci di attaccare in modo degno, ma l’estro risolve tutto al novantesimo. Cos’è l’estro? Be’, in parte è una cosa presente in tutti gli sport: un gioco non può ridursi a mosse preconfezionate, altrimenti sarebbe troppo noioso. Ma il mito della fantasia, nel calcio, è il necessario contraltare all’imprevedibilità del tutto. Se i fatti sono come le opinioni e nulla è certo, cosa ci salverà dal disastro? Il fantasista, la trovata del momento, il gesto estroso. Un brechtiano direbbe: beato lo sport che non ha bisogno di fantasisti. Ma non è davvero così: c’è bisogno dell’estro. Ma cosa succederebbe se l’estro diventasse l’unica misura del valore delle persone? Non vorremmo mica scegliere i governanti in questo modo, giusto?

6. La mano de dios. Uno dei più famosi gol della storia del calcio fu il primo gol segnato da Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra nei quarti di finale dei Mondiali dell’86. Fu un gol nullo – o meglio avrebbe dovuto esserlo – perché Maradona usò il braccio per spingere la palla in rete. L’arbitro non se ne accorse e l’Argentina finì per vincere la partita (2-1, il gol di mano fu decisivo) e di lì a poco i Mondiali. In conferenza stampa, Maradona alluse al fallo e ci scherzò su. Disse che il gol l’aveva fatto “un po’ con la testa e un po’ con la mano di Dio”. L’eccesso di estro, diciamo così, è la forza sovrannaturale del calcio. Quattro minuti dopo Maradona avrebbe segnato un gol regolare, celebrato come il più bel gol della storia del calcio. Ma senza la Mano di Dio l’Argentina sarebbe diventata Campione del Mondo? Il dibattito, ovviamente, è aperto.

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