Cancellieri e il gioco infinito

wargamesIl caso Cancellieri ha sollevato una questione spinosa. Ipotizziamo che un detenuto in attesa di giudizio abbia diritto, per condizioni di salute, agli arresti domiciliari. Ipotizziamo anche che questo detenuto conosca personalmente il ministro della Giustizia e riesca a portare la questione direttamente alla sua attenzione. Cosa dovrebbe fare in quel caso il ministro della Giustizia?

Non entriamo nel merito di quel che è successo tra Cancellieri e la famiglia Ligresti. Da quello che dicono gli interessati, sembra che la cosa sia andata esattamente come sopra. Ligresti poteva ottenere i domiciliari per legge, per questioni di salute, ha raggiunto il ministro per vie informali e ha ottenuto quel che chiedeva. Le reazioni sono state diverse. Da un lato c’è chi ha condannato il fatto che il ministro abbia fatto ottenere il beneficio a Ligresti come favore personale. Dall’altro lato c’è chi ha fatto notare che comunque Ligresti aveva diritto a quel beneficio ed è meglio un diritto riconosciuto a qualcuno piuttosto che negato a tutti.

Al di là del caso concreto (che ha più sfumature e zone incerte), la questione è generale. Se una persona ha un diritto che le viene negato e chiede l’interessamento di un funzionario pubblico perché “sblocchi” la situazione, cosa dovrebbe fare questo funzionario pubblico? Attivarsi? Far finta di niente?

Chi ha difeso la soluzione “umanitaria” sembra usare un approccio utilitaristico o comunque “conseguenzialista”, diciamo. Cioè: tra le due opzioni (il funzionario dà il beneficio / il funzionario non dà il beneficio), la prima a differenza della seconda ha come conseguenza di aumentare il beneficio generale. Prima dell’intervento del funzionario, infatti, c’è un certo numero X di detenuti che avrebbero diritto ai domiciliari ma non li ottengono. Dopo l’intervento del funzionario, invece, i detenuti a cui è negato un diritto sono X – 1, cioè uno in meno. Che cosa può esserci di sbagliato in questo? Che c’è di sbagliato nel dare il beneficio a un mio amico piuttosto che non darlo?

Il punto è che un ufficio pubblico non si occupa solo di quella faccenda, ma continua ad affrontarne altre, domani dopodomani e per sempre. Quello che si fa oggi, quindi, non ha conseguenze solo per oggi ma anche per il futuro. La conseguenza del favore fatto a Tizio oggi non è solo di aumentare il beneficio totale in questo frangente. Ci sono altre conseguenze che riguardano i benefici futuri dell’intera comunità. Ad esempio, sapere che la pubblica amministrazione opera secondo criteri equi e non in base a rapporti personali e di amicizia.

Se il mondo finisse domani, sarebbe meglio dare un beneficio giusto a una persona piuttosto che non darlo a nessuno, quale che sia il criterio (amicizia, data della richiesta, età, diagnosi medica). Il mondo però continua. E questo tipo di scelte dovranno essere compiute mille altre volte. Usare un criterio ingiusto (amicizia personale) pur di migliorare lo stato delle cose di oggi potrebbe peggiorare lo stato delle cose di domani.

Nella teoria dei giochi, questa cosa capita nei cosiddetti giochi ripetuti. Se un gioco è giocato una sola volta, può esserci una strategia dominante che risulta essere la migliore di tutte le opzioni disponibili. Ma se il gioco è giocato più di una volta, quella stessa strategia potrebbe non essere ancora l’opzione migliore. Nella vita di tutti i giorni, il concetto più vicino a quello dei giochi ripetuti è la reputazione. Quello che faccio oggi avrà conseguenze su come gli altri si relazioneranno con me in futuro. Un altro esempio è il cosiddetto moral hazard, l’azzardo morale, di cui si è tanto discusso quando si è deciso di salvare con denaro pubblico le grandi banche che avevano investito nei mutui subprime. Il salvataggio era l’opzione migliore per evitare il disastro finanziario, ma creare nei banchieri l’aspettativa di essere salvati anche in futuro avrebbe potuto creare un incentivo a fare nuovamente degli investimenti sbagliati e troppo rischiosi. Il presente condiziona il futuro.

Anche il diritto penale italiano ha chiaro questo concetto. Tra i vari tipi di corruzione, infatti, esiste quello in cui un funzionario pubblico ottiene delle utilità indebite per compiere un atto lecito. Attenzione: non un atto contrario ai doveri d’ufficio, ma un atto perfettamente rientrante nei suoi doveri. Il detenuto che ottiene i domiciliari nel rispetto dei requisiti di legge, ad esempio. Se quel beneficio – un giusto beneficio – viene concesso in cambio di soldi, ad esempio, o di altri vantaggi personali, si tratta di un reato. I penalisti lo chiamano corruzione impropria. Ma se l’atto del funzionario è comunque un atto perfettamente lecito, perché c’è un reato? Per difendere la reputazione della pubblica amministrazione. Il criterio con cui lo Stato agisce non può essere il favore personale, perché questo minerebbe la credibilità e il funzionamento dello Stato in futuro. Come spiega la Cassazione (sentenza del 17 novembre 1994), nella corruzione impropria il bene che il sistema tutela è il “buon andamento della pubblica amministrazione”. Si guarda dunque al funzionamento di un certo meccanismo nel tempo, non alle sole conseguenze immediate e presenti dell’atto del pubblico ufficiale.

Anche nel caso in cui non c’è corruzione (cioè denaro o altro vantaggio dato al funzionario pubblico), la reputazione e il gioco ripetuto vanno tenuti in considerazione. L’idea che lo Stato riconosce i diritti secondo criteri opachi, informali o ingiusti inceppa il funzionamento della macchina. La reputazione conta. Bisognerebbe tenerlo a mente.

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