Che tipo di uguaglianza vogliono Renzi e gli altri candidati alla guida del PD?

animalsLe idee di uguaglianza non sono tutte uguali. Chi invoca per Berlusconi un trattamento processuale uguale a quello di tutti gli altri (e questo vale sia per chi si lamenta dell’accanimento giudiziario sia per chi condanna le leggi ad personam), vuole l’uguaglianza davanti alla legge, cioé quel principio liberale per cui non possono esserci privilegi per il fatto di essere qualcuno o di appartenere a una certa razza, genere o gruppo. Per questo stesso principio, ad esempio, le scuole non possono negare l’iscrizione a musulmani, neri, donne o oppositori politici, perché uguaglianza legale significa anche uguale diritto di accesso, per legge, all’istruzione.

Chi si preoccupa invece che i figli di famiglie povere possano ricevere un’istruzione superiore, e che quindi la loro abilità nello studio non sia annullata dall’impossibilità di permettersi la retta universitaria, ha in mente un altro tipo di uguaglianza: una forma un po’ più sostanziale di uguaglianza delle opportunità, sostanziale perché prevede un intervento attivo dello Stato per correggere una disuguaglianza di partenza.

Chi punta il dito contro il fatto che l’1% della popolazione ha una fetta di ricchezza enorme ed eccessiva rispetto al rimanente 99% parla di un’altra idea ancora di uguaglianza, per cui il fatto che esistano grosse differenze di reddito e ricchezza è una cosa sbagliata di per sé, a prescindere da come queste differenze si sono create. Per gli egualitaristi delle opportunità, insomma, la disuguaglianza è accettabile, purché tutti hanno avuto uguali chances. E’ una disuguaglianza giusta, quindi, quella tra un chirurgo che guadagna 300.000 euro l’anno e l’infermiere che ne guadagna 30.000 se il secondo ha avuto la possibilità di diventare chirurgo ma gli sono mancati le capacità o l’impegno, oppure ha fatto scelte di vita e carriera diverse. Per gli altri, gli egualitaristi del risultato, differenze eccessive sono sbagliate a prescindere dal talento delle persone coinvolte, anche perché le opportunità non possono essere davvero uguali per tutti e perché anche avere poco o molto talento non è un merito morale, ma una questione di fortuna. Le sfumature dell’uguaglianza sono tantissime, dall’idea minima libertaria per cui l’uguaglianza è l’uguale libertà dal potere e dalla coercizione all’estremo opposto del principio “a ognuno secondo i suoi bisogni, da ognuno secondo le sue capacità”.

Che tipo di uguaglianza hanno in mente i candidati alla segreteria del Partito Democratico?

Cuperlo è quello che nomina il concetto prima di tutti gli altri, alla quarta riga della sua mozione (pdf). Ma non chiarisce mai che cos’ha in mente. Usa l’uguaglianza come un brand – tradizionale simbolo della sinistra – ma cerca di non caratterizzarla troppo, tenendosi sul vago. Parla di “disuguaglianze immorali” (quindi lasciando intendere che ce ne siano alcune accettabili, morali), ma non si capisce se si tratta delle disuguaglianze eccessive in numero o ingiuste nel merito. Il tono generale suggerisce che siamo nella parte sinistra dello spettro (ad esempio la parola “disuguaglianza” è spesso vicina ad altri concetti come “povertà”, “lavoro” o “comunità”), ma a sorpresa negli unici casi in cui Cuperlo prova a darci dei dettagli parla di “uguaglianza dei cittadini davanti alla legge” per il processo Berlusconi (a pagina 16), quindi l’uguaglianza delle regole, la più formale di tutti, oppure “uguaglianza e libertà delle donne“, con qualche sfumatura più sostanziale ma restando nel vago (a pagina 17).

Pittella si pone il problema, invece, e cerca di stare nel mezzo (pdf). Dà importanza all’uguaglianza, ma senza che diventi “omologazione cieca” e purché il partito si riappropri della parola “libertà” (a pagina 4). Cita espressamente l’ “uguaglianza di opportunità” tra uomini e donne (a pagina 8), senza però chiarire se prevede, ad esempio, azioni positive (o discriminazioni al contrario) per pareggiare le opportunità: sembra di no, perché la maggior parte delle volte che cita l’uguaglianza, Pittella sente il dovere di correggere il tiro e qui parla di “integrazione delle differenze” tra i sessi. Pittella cita persino Amartya Sen (la teoria dell’uguaglianza delle capacità, in cui il filosofo cerca di superare alcuni limiti di utilitaristi e rawlsiani), ma dando alla cosa una lieve sfumatura liberale (meglio insegnare abilità che dare dei soldi come sussidi). Ma poi dice che “la crescita economica ha senso solo se contiene in sé un’inversione dell’andamento della disuguaglianza” (un’affermazione che assomiglia al “principio di differenza” di John Rawls, fumo negli occhi dei liberisti). Il risultato non è chiarissimo, diciamo che parte dal lato destro e va verso il lato sinistro della scala di uguaglianze.

Civati ha la mozione più lunga (pdf) (la media degli altri tre è di 21 pagine, quella di Civati ha 70 pagine) ed è chiaro nel prendere posizione sulla questione dell’uguaglianza. Già a pagina 5, Civati associa la lotta alla disuguaglianza con la redistribuzione di “risorse e opportunità”. Siamo nal lato sostanziale, senza dubbio. Il merito, per Civati, deve essere un “fattore relazionale”: non si sa bene che cosa significa, ma sembra che sia qualcosa del tipo “i benefici del merito vanno condivisi”. A pagina 7 parla di beni comuni “di cui non ci si appropria” e ribadisce che la disuguaglianza si combatte con la redistribuzione dei redditi. A pagina 9 cita il modello anglosassone come causa di disuguaglianza. Civati parla anche di forme di uguaglianza di regole e diritti (a pagina 12 sulle regole di mercato, a pagina 46 sui matrimoni gay) e di uguaglianza delle opportunità (a pagina 51 sulla scuola per i meno abbienti), ma insiste soprattutto sul fatto che il merito fiorisce laddove c’è sostegno ai più deboli (a pagina 50 dice che i risultati migliori nei test PISA sono correlati a una minore dispersione scolastica). L’uguaglianza è un concetto chiave nella mozione Civati. E’ un’idea certamente sostanziale di uguaglianza, ma che Civati a volte sembra usare come un mezzo per l’efficienza del sistema, non come un fine in sè (“sfruttare un enorme potenziale umano che giace inutilizzato per le sperequazioni del sistema”, a pagina 62). L’idea è piuttosto originale, perché associa l’uguaglianza all’efficienza mentre in genere i critici dell’uguaglianza sostanziale criticano proprio l’inefficienza dell’eccesso di uguaglianza (poter diventare più ricco degli altri è un incentivo a produrre di più e crescere, si dice). Ma non è abbastanza argomentata.

Renzi, nella mozione più breve del gruppo (pdf), cita l’uguaglianza solo due volte. A dispetto della presunta “svolta a sinistra”, la mozione di Renzi prende una posizione molto libertaria sul tema, parlando solo di uguaglianza delle regole, la più formale forma di uguaglianza. A pagina 10 il proposito è quello di avere  “Poche regole chiare per consentire ai players dell’economia di giocare a carte scoperte, tutti con le stesse opportunità”. “Garantire l’uguaglianza, insomma”, aggiunge Renzi. A pagina 13 la mozione Renzi cita l’articolo 3 comma due della Costituzione (la rimozione degli ostacoli per promuovere lo sviluppo di tutti, quindi un’uguaglianza sostanziale delle opportunità), ma per chiarire subito che “uguaglianza non significa ugualitarismo” e che l’idea renziana di uguaglianza è che “chiunque può giocarsela”. Opportunità uguali significa quindi regole uguali. Chiaro e conciso. Siamo nella parte destra dello spettro, senza dubbio: regole uguali per tutti e chi è più bravo avrà più beni e ricchezza degli altri, una disuguaglianza giusta perché è il risultato di un gioco giocato con regole uguali per tutti.

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