Un reddito per tutti

painePare che il Movimento 5 Stelle abbia finito di scrivere la sua proposta di legge per il reddito di cittadinanza, uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Grillo. In realtà, come hanno osservato altri, si tratta di una proposta per l’introduzione di un reddito minimo garantito, che è una cosa diversa. Il reddito di cittadinanza (o reddito di base) è del denaro che lo stato paga a tutti incondizionatamente, ricchi e poveri, occupati o disoccupati, sdraiati sul divano o in cerca di lavoro. 7000 euro l’anno, per esempio, che vanno sia a te, sia al mendicante per strada, sia a Silvio Berlusconi. Invece, il reddito minimo garantito è diretto soltanto a chi ha redditi bassi o nulli oppure, come nella proposta 5Stelle, è quel che lo stato paga per far arrivare tutti almeno a una certa soglia di reddito minima: se sei senza reddito prenderai 7000 euro l’anno, se ne guadagni già 6500 prenderai solo 500, se hai uno stipendio più alto della soglia non ti spetta nulla.

Forme di reddito minimo garantito esistono in diversi paesi in diverse forme e sono varie le proposte anche in Italia. Civati, candidato alla segreteria del PD, da tempo propone una forma di reddito minimo garantito per riordinare alcune forme di welfare e anche a molti economisti liberali piace l’idea di dare dei soldi piuttosto che offrire servizi gestiti da macchinose burocrazie. Il reddito di cittadinanza è invece un progetto molto più ambizioso e secondo alcuni impossibile. Secondo i calcoli degli economisti Boeri e Perotti, un reddito di cittadinanza di 500 euro al mese per tutti i maggiorenni, in Italia, costerebbe 300 miliardi, il 20% del PIL, una cifra astronomica e, quindi, un programma impossibile.

Eppure il reddito di cittadinanza ha dei vantaggi rispetto al reddito minimo garantito e ha dei simpatizzanti sia in Europa sia in America, sia a destra sia a sinistra.

A parte il costo, la critica più frequente che si fa a queste forme di sussidi è che creano dei disincentivi a lavorare, con danno per l’intera economia. Cioè, se ho un reddito garantito di 600 euro al mese, non accetterò nessun lavoro che abbia uno stipendio più basso di quello e ci penserò due volte anche ad accettarne uno che paghi poco di più (meglio non far nulla a 600 euro al mese che lavorare a 800 euro al mese). Col reddito di cittadinanza, però, questo effetto è minore, perché anche accettando il lavoro a 800 euro al mese io continuerò anche a prendere l’assegno di 600 euro dallo stato: quindi il nuovo lavoro ha un beneficio netto di 800, non di 200, esattamente come in assenza di sussidio. Il reddito di cittananza poi ha bisogno di minori controlli (visto che lo si dà a tutti incodizionatamente) e non crea nessun rischio di imbrogli o falsi.

A destra, questo tipo di sussidi (redditi di base, garantiti e forme ibride) piace perché è più efficiente di molti programmi di assistenza e welfare esistenti. E perché il cittadino sarebbe più libero di spendere quei soldi come vuole, piuttosto che saltellare da un ufficio burocratico all’altro per ottenere servizi inefficienti che costano di più. Risale addirittura a Milton Friedman, santo patrono dello stato minimo e dei liberisti, la proposta di una negative income tax, un’imposta negativa sul reddito, che è una forma di reddito minimo garantito. In pratica, se la soglia per il primo scaglione di IRPEF è 10.000 euro (per cui se guadagno 12.000 euro pago una certa percentuale di IRPEF sui 2000 euro eccedenti), ci sarebbe anche un’imposta negativa (ipotizziamo con aliquota al 30%) per chi ha un reddito sotto quella soglia. Per cui se guadagno 6000 euro riceverò dallo stato (invece di pagare io: imposta negativa, appunto) il 30% di 4000 euro. La negative income tax è stata sperimentata nel New Jersey alla fine degli anni ’60 e sono stati identificati vari problemi (disincentivi al lavoro, costi, errori, problemi amministrativi) che hanno sgonfiato gli entusiasmi dei sostenitori di destra e sinistra. In America c’è un meccanismo simile, però, che è attualmente in vigore, il cosiddetto earned income tax credit, cioè un complicato sistema che assicura un credito fiscale (quindi una specie di imposta negativa) al crescere del reddito fino a una certa soglia (quindi elimina il disincentivo a lavorare fino a quella soglia, perché più guadagni più lo stato ti dà, ma ripropone lo stesso problema dopo la soglia massima).

Addirittura un intellettuale conservatore come Charles Murray ha proposto un reddito di base incondizionato (un reddito di cittandinanza, quindi) in un suo libro del 2006, come sostituzione di tutte le forme esistenti di welfare e assistenza sociale. Un famoso costituzionalista, Bruce Ackerman, ha proposto invece di dare a ogni cittadino americano una dotazione di $ 80.000 al compimento della maggiore età, perché ne facesse quel che vuole (pagarsi gli studi, campare per un po’ di anni, giocarseli al casino), tassando il patrimonio del 40% più ricco della popolazione.

In Canada negli anni ’70 ci fu un famoso esperimento che riguardò il reddito di cittadinanza. A tutti gli abitanti della città di Dauphin fu assegnato un reddito incondizionato, indipendentemente da qualsiasi requisito. La povertà scomparve, ovviamente, aumentarono i tassi di completamento delle scuole superiori e diminuirono i ricoveri in ospedale. Come previsto (un rapporto lo trovate qui, in pdf), diminuirono però anche le ore lavorate dai cittadini, anche se l’effetto di disincentivo al lavoro fu abbastanza contenuto rispetto a quel che ci si aspettava. I difensori del progetto sottolineano però che aumentò l’accumulazione di capitale umano, lo studio, il tempo passato con bambini e anziani. Un effetto parecchio discusso negli anni fu il brusco aumento di separazioni e divorzi (+50% e oltre), anche se altri studi hanno ritenuto che si sia trattato di un errore statistico.

Il New York Times del 12 novembre ha parlato di un’iniziativa svizzera per un reddito di cittadinanza. E SEL in Italia ha depositato una proposta di legge per l’introduzione di un sussidio di € 7.200 per chi ha un reddito inferiore a € 8.000 l’anno e sia iscritto ai centri per l’impiego.

Ma quanto costerebbe tutto questo? E come si correggono le distorsioni sull’offerta di lavoro? I dati citati dai politici nostrani sono confusi ed è difficile fare un dibattito serio sulla questione da queste parti. Sarebbe bello, però.

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One thought on “Un reddito per tutti

  1. Sarebbe bello iniziare a parlare di Reddito di Cittadinanza, e sarebbe ora farlo. Meglio un UBI (unconditional basic income) piuttosto che il reddito minimo garantito, perché non sarebbe un incentivo ad evadere. In Italia credo che l’unico motivo per cui non si possa affrontare è lo stesso per il quale non possiamo affrontare niente, ovvero crisi grave di liquidità. Quindi meglio seguire la linea di una sensibilizzazione dell’opinione pubblica europea perché alla fine sia il parlamento europeo stesso ad agire. (http://basicincome2013.eu/ubi/it/) Naturalmente prima dovrebbe esserci l’unione fiscale, e magari quella politica, ma intanto credo che unirsi a questa iniziativa sarebbe opportuno perché la lotta sarà lunga e la disoccupazione non farà che salire per effetto di fattori tecnologici (automazione, intelligenza artificiale, robotica) che nei prossimi anni aggraveranno molto la disoccupazione strutturale.

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