Le mie tasse sono meglio delle tue

SimpsonTaxesLa notizia è che la Guardia di Finanza avrebbe perquisito gli uffici di Apple a Milano per un’indagine su una presunta frode fiscale. E’ facile prevedere dove possano andare le simpatie dei più in un duello tra il fisco italiano e il brand più cool del mondo. Pur non essendoci alcun elemento per poter prendere posizione sulla questione, già fioccano i difensori della concorrenza fiscale: se le imprese scelgono l’Irlanda invece dell’Italia è solo un problema dell’Italia, che dovrebbe abbassare le tasse per attrarre imprese e cittadini stranieri.

Che la pressione fiscale italiana sia eccessiva è un dato difficilmente contestabile. Ma davvero la concorrenza fiscale tra stati è un sistema che porta benessere per tutti?

Bisogna partire dal 1956, quando l’economista americano Charles Tiebout elaborò un modello secondo cui la concorrenza tra governi locali è efficiente. I governi sono produttori di beni e servizi pubblici e i cittadini sono i consumatori di questi beni e servizi. Se i cittadini di uno stato non gradiscono l’offerta di beni pubblici a quel determinato livello di tassazione, possono spostarsi nello stato vicino che ha invece un livello di beni pubblici e di tassazione che gradiscono di più. L’espressione che usa Tiebout, diventata famosa, è “votare con i piedi“. Il cittadino si sposta e con ciò esprime la sua preferenza per il sistema del paese accanto. Questo crea una competizione virtuosa tra stati, che cercheranno di produrre beni migliori a minor costo (cioè, con minori tasse) in modo da evitare un deflusso di cittadini e imprese. Alla fine, la concorrenza fiscale funziona come la concorrenza tra imprese: la pressione competitiva spinge a produrre beni migliori o a costi inferiori, per il bene dei consumatori/cittadini.

Ma funziona veramente?

Per far funzionare il meccanismo, bisogna fare una serie di ipotesi poco realistiche. Ad esempio, che ci sia completa informazione e, soprattutto, perfetta mobilità dei cittadini. Per votare con i piedi, insomma, devo poter fare le valigie e andarmene per davvero nell’ipotesi in cui il mio governo cambi la sua politica fiscale in un modo che non mi va giù. E’ evidente che la cosa è poco realistica. Basta contare quanti detrattori dell’IMU siano emigrati in Irlanda (che comunque ha introdotto un’imposta sulla casa). Ci sono mille ostacoli concreti al “votare con i piedi” tra paesi dell’Unione Europea. La lingua, ad esempio. La qualifica lavorativa. La logistica familiare. Eccetera. Molto più facile di votare con i piedi è, invece, votare col portafogli. I capitali sono molto più mobili delle persone. Per scegliere di investire in Lussemburgo piuttosto che in Italia non devo cambiare asilo ai bambini, vendere casa e imparare il francese. E’ più probabile, quindi, che i governi competano per le imposte sui redditi di capitale e sulle società. Ammettendo quindi che si crei una concorrenza virtuosa, ci sarà una certa asimmetria tra chi vota in cabina elettorale, come vuole la democrazia, e chi vota col portafogli. I primi dovrebbero in teoria scegliere la migliore politica fiscale, ma è la pressione competitiva per attirare i secondi che condizionerà questa politica.

La cosa però è più complessa di così. Per aprire uno stabilimento in un paese non m’interessa sapere soltanto il livello di tassazione che trovo in quel paese. M’interessa la qualità del capitale umano, ad esempio, delle infrastrutture fisiche, del sistema legale, delle istituzioni. Competere per gli investimenti stranieri dovrebbe significare migliorare tutto questo: migliore istruzione ai cittadini, migliore politica, migliore burocrazia, migliore giustizia, miglior fisco.

Nella realtà, però, la concorrenza fiscale si rivolge non soltanto agli investimenti stranieri diretti (apro uno stabilimento e comincio a produrre) ma anche agli utili puramente contabili. I gruppi di società con presenza in più stati possono spostare utili da una società a un’altra (da un paese ad alta tassazione a un paese a bassa tassazione), quindi aumentando gli utili contabili registrati in un paese senza aumentare gli investimenti fatti in quel paese. Poniamo che io produco caffè nel Paese A, lo impacchetto nel Paese B e lo distribuisco in tutto il mondo, tra cui il Paese C. La mia società nel Paese C compra il caffè dalla società del Paese B e lo rivende nel Paese C. Il prezzo che la società C paga alla società B determinerà come le due società (quella del Paese B e quella del Paese C) si ripartiranno i profitti della vendita del caffè nel Paese C. E’ evidente che se nel Paese B le imposte sono più basse, preferirò spostare utili verso il Paese B. Questo avverrà senza che io faccia investimenti aggiuntivi, assuma più gente o impacchetti più caffè nel Paese B. Ci sono modi legali e modi illegali di gestire questi trasferimenti interni e si tratta di questioni spesso molto complesse che richiedono sforzi e denaro sia alle imprese sia ai governi.

La concorrenza fiscale non è tutta buona, quindi. Un esempio di concorrenza fiscale dannosa è la creazione di scappatoie e trucchetti poco trasparenti che consentono di ottenere una tassazione effettiva molto più bassa del livello di tassazione generale. Un altro esempio è la concessione di agevolazioni fiscali completamente slegate dall’economia nazionale oppure completamente slegate da un’effettiva attività economica nel paese in cui si riceve il beneficio fiscale. L’Unione Europea si occupa molto di questi temi e ha ben chiaro il fatto che non tutta la concorrenza fiscale è sempre un bene. Non confondiamo il mercato unico con la possibilità di scegliere a piacimento dove pagare le tasse.

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