Gli affari di Serra, spiegati male

the-newsroom-4Non sono d’accordo con alcune delle cose che dice Davide Serra, il finanziere supporter di Matteo Renzi. Spesso mi sembra che ostenti la stessa superficialità del nostro Presidente del Consiglio nel toccare questioni complesse con slogan faciloni che sono il controtipo negativo (ma non per questo sono meno inutili) degli slogan faciloni di Landini & Co. Che mi stia simpatico o meno, o che sia d’accordo con lui o meno, sono però cose totalmente irrilevanti quando si viene alla questione se i suoi affari siano poco leciti o poco trasparenti. Farsi domande del genere su un importante sponsor “ideologico” e finanziario di Matteo Renzi è una cosa normalissima e anzi necessaria. Provare a rispondere in modo approssimativo e tendenzioso, invece, è il danno maggiore che si possa fare all’opinione pubblica.

Ho visto molto commentato sui social network questo articolo dell’Espresso che parla degli “affari d’oro del renziano Davide Serra”. Spinto da un amico, l’ho letto. La prima cosa che mi ha colpito è che, nonostante il titolo promettente e la dicitura “IL CASO” che campeggia sopra al titolo, si tratta di un pezzullo molto breve. Se ci fosse un caso sugli affari di Serra, non sarebbe stato forse utile indagare a fondo, con una bella inchiesta lunga e dettagliata?

A lettura finita, però, si capisce che il problema dell’articolo non è la sua brevità, ma il fatto di essere un collage di affermazioni poco chiare, poco suffragate da fatti e con l’indelebile retrogusto del complottismo. La sensazione finale che lascia l’articolo è che Serra merita disapprovazione. Ma non si capisce in nessun punto per quali motivi questa disapprovazione sarebbe giustificata.

Visto che il pezzo è breve, lo riprodurrò tutto e proverò a dire cosa non mi convince di ogni paragrafo.

Le sue filippiche contro la burocrazia e il fisco oppressivo dell’Italia ormai fanno parte degli show di contorno delle ultime edizioni della Leopolda.

Da quando la mia dieta giornalistica comprende una porzione di gran lunga maggiore di giornali americani e inglesi rispetto a quelli italiani, i cronisti che già dalla prima frase mi fanno trapelare le loro precise opinioni (“Non mi piace Serra e quello che dice”) mi suonano del tutto fuori tono. Qualcuno può pensare che sia solo una questione di stile, ma è proprio lo stile (la mentalità, direbbe qualcuno) che è la causa dei maggiori problemi di questo modo di informare. Tutto l’articolo oscillerà tra queste due vocazioni contraddittorie, senza abbracciarne alcuna con sufficiente rigore: esporre fatti (che però saranno insufficienti o dalla dubbia rilevanza) o alludere a opinioni (che però risulteranno non argomentate).

Tra l’altro, Davide Serra se l’è presa anche con gli scioperi dei servizi pubblici, che, a suo dire, allontanerebbero gli investitori stranieri.

Ok, questo è un fatto. Si percepisce la disapprovazione (tra brevissimo si percepirà ancora di più), ma è inoppugnabile che Serra abbia detto qualcosa del genere.

Il patron dei fondi Algebris, amico e finanziatore di Matteo Renzi, parla come un emigrante di lusso, una sorta di esule della finanza che da una ventina d’anni vive e lavora a Londra.

Ho provato a leggere questa frase più volte, ma non sono riuscito a capire che cosa voglia dire. Di certo c’è che esprime una forte disapprovazione nei confronti di quel che dice Serra, senza entrare nel merito di quel che dice, ma semplicemente affibbiandogli delle etichette (emigrante di lusso, esule della finanza) che lo fanno sembrare subito antipatico.

Una volta un tizio nato e cresciuto nel mio stesso paese della Sicilia, poi emigrato al Nord, parlava con una signora del paese criticando non so quale malfunzionamento locale. Aveva ragione, e infatti la signora non trovò nessun argomento solido per controbattere alle sue critiche. L’unica cosa che riuscì a dire contro di lui, quando fu andato via, è che era un “riuscito”, cioè, nel dialetto del posto, uno che è andato via dalla sua terra, ha fatto qualche soldo e adesso si sente in diritto di criticare tutto, dimenticando che anche lui appartiene a quei luoghi. È evidente che questo tipo di obiezione è una sciocchezza, una cosa detta proprio perché non si è in grado di trovare buoni argomenti per rispondere nel merito.

Non credo che un articolo sugli “affari d’oro” di Serra debba avere lo scopo di contenere critiche ben argomentate contro le opinioni di Serra. Tuttavia, se si vuole far trasparire della disapprovazione, vale la pena che sia un minimo sostanziata. Ci sono vari buoni argomenti per criticare l’uscita di Serra sul diritto di sciopero. Dargli dell’emigrante di lusso (che sarebbe il “riuscito” di quella signora siciliana) non è tra questi.

A un professionista come lui, la City offre infinite occasioni d’affari. E non solo. La complicata architettura societaria del gruppo che fa capo a Serra sarebbe impossibile in Italia.

Qui cominciano le frasi allusive. È ovvio che, per uno nel campo della finanza, la City di Londra è il posto migliore dove stare in Europa e forse anche nel mondo intero. Londra però, secondo l’articolo, non offre solo occasioni d’affari ma anche qualcos’altro. Consente ad esempio di metter su una complicata architettura societaria.

Innanzitutto non è chiaro cosa di preciso sarebbe vietato in Italia tra le cose che ha fatto Algebris e che subito dopo il giornalista elenca. Moltissime società italiane sono controllate da società estere che stanno un po’ ovunque e controllano a loro volte società in ogni angolo del mondo. Gruppi italiani hanno strutture complicatissime e queste complicazioni sono spesso dettate da specifiche ragioni operative, ad esempio il fatto di poter avere filiali o stabilimenti nei luoghi in cui si hanno rapporti d’affari, con fornitori, investitori o clienti.

È vero anche che, a volte, le strutture complesse servano a pagare meno tasse. Ma questa cosa non è mai esplicitata nell’articolo dell’Espresso, se non in modo strisciante. Si tratta di una questione molto delicata, che avrebbe meritato ben altro approfondimento.

In ogni caso, non si capisce quale è la rilevanza del fatto che la struttura societaria di Algebris sarebbe impossibile in Italia (ammesso che sia vero). Sarebbe impossibile perché illegale, vietata? E se è così, è giusto che sia vietata (e quindi l’Italia ha una legislazione sul punto migliore di quella britannica dove invece apparentemente quella struttura è possibile)? Oppure sarebbe impossibile perché ostacolata dall’eccessiva burocrazia o da una legislazione poco amichevole (e quindi l’Italia ha una legislazione peggiore di quella britannica e andrebbe migliorata)?

Non si capisce.

La sensazione che rimane, però, è che Serra sia andato a Londra a fare cose che qui non si possono fare. Chissà perché.

La capofila si chiama Algebris investments ltd e nel bilancio consolidato vengono indicate altre due omonime affiliate, una ha sede negli Stati Uniti, a Boston, l’altra è una “limited partnership” inglese.

Ok, e fin qui mi sembra che non ci sia nulla da rilevare.

Quest’ultima, la Algebris investments Llp, è il cuore del gruppo, quella che incassa le commissioni pagate dagli investitori per la gestione dei vari fondi d’investimento. Gli utili aziendali di una “limited partnership” non vengono tassati e in seguito distribuiti sotto forma di dividendi agli azionisti come succede per le società di capitali ordinarie. In base alla legge britannica, i partner prelevano una quota dei profitti esentasse della Llp. Queste somme confluiscono poi nella dichiarazione dei redditi di ciascuno.

Questo meccanismo descritto dal giornalista è una cosa assolutamente comune anche in Italia e si chiama “trasparenza fiscale”. Se siete soci di una snc (perché avete un ristorante o un’officina) usate anche voi il meccanismo usato da Algebris. C’è pure spiegato su Wikipedia: “Per trasparenza fiscale si intende quel regime di tassazione dei redditi per mezzo del quale il soggetto possessore dei redditi diventa trasparente ( ossia su di lui non sorgono obbligazioni tributarie ) per il Fisco. Il reddito prodotto dal soggetto trasparente è imputato ai soci o agli associati”.

Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando: normalmente una società produce del reddito e paga le tasse su quel reddito, esattamente come io e voi produciamo del reddito e ci paghiamo sopra le tasse. Certe forme di società e associazioni, invece, non pagano le tasse sul loro reddito ma le fanno pagare direttamente ai loro soci o associati. In altre parole, se voi avete delle azioni Fiat, i dividendi su quelle azioni sono un utile netto su cui la Fiat ha già pagato le imposte sul reddito. Se siete invece soci di una snc o di uno studio legale o di commercialisti, la snc e lo studio non pagano le imposte sul reddito, sarete voi soci a pagarle.

Non è niente di particolarmente misterioso. Le tasse si pagano lo stesso, solo che le pagano i soci e non la società.

Londra non è l’unica sede delle attività targate Serra. La galassia di Algebris arriva anche al paradiso offshore Cayman, dove ha sede la filiale che nel 2012 diede origine alla controversia tra il finanziere e Pier Luigi Bersani. L’allora segretario del Pd accostò lo sponsor di Renzi ai «banditi delle Cayman». Ne nacque una causa in tribunale vinta da Bersani. Esiste anche una Algebris con base a Singapore, (un altro paradiso fiscale) che ha ricevuto 2,6 milioni dalla Algebris londinese a titolo di “compensi per consulenze”.

Il punto più interessante dell’articolo mi sembra questo. I paradisi fiscali sono posti in cui la tassazione è molto bassa e la trasparenza lascia spesso a desiderare. Sarebbe stato interessante capire in che modo la presenza di Algebris alle Cayman e a Singapore sia poco trasparente o poco lecita. Ma l’articolo non dice nulla sull’argomento. Butta lì il riferimento ai paradisi offshore esattamente come ha buttato lì i riferimenti all’emigrato di lusso, ai dividendi esentasse, e alla complicata architettura societaria. In nessuno di questi casi si capisce qual è la cosa sbagliata o poco chiara che ha fatto Algebris. Sta evadendo tasse che avrebbe invece dovuto pagare in Italia o in Inghilterra? Sta cercando di rendere opache le sue fonti di finanziamento? Non si capisce. L’articolo suggerisce un’emozione ma offre pochissimi fatti.

La cosa è ancora più carente proprio perché questa storia delle Cayman non è per nulla nuova. Lo stesso giornalista parla di una querela contro Bersani, che Bersani avrebbe vinto. Ma non dice nulla sul perché Bersani ha vinto. Potrebbe aver vinto, ad esempio, perché il giudice ha ritenuto che l’espressione “banditi delle Cayman” non fosse rivolta a Serra. Oppure Bersani ha vinto perché un giudice ha accertato che davvero Serra è un bandito? Se fosse così, sarebbe un fatto molto interessante che andrebbe citato. Ma l’articolo non ci dice nulla sulla questione. Ci lascia però la sensazione che aveva ragione Bersani ad accostare lo sponsor di Renzi ai banditi delle Cayman. Senza riportare alcun fatto.

La questione era stata oggetto anche di alcuni articoli del Corriere, tempo fa. Un articolo del 2012 aveva indicato che la “holding proprietaria del gruppo di Serra, la Algebris Investments (Cayman) Ltd, sia stata costituita a suo tempo nelle Cayman Islands, riconosciuto e intoccabile paradiso fiscale. Luogo che non spicca per trasparenza. Tutto legale e nelle regole, se si trattasse solo di un «hedge fund». Ma in questo caso si tratta di politica. La trasparenza conta, e anche dove si pagano le tasse.”. Serra aveva risposto, spiegando che Algebris pagava le tasse in Inghilterra e non alle Cayman. E che la società delle Cayman è solo una società di servizi controllata da Serra, chiarendo però che Serra paga le tasse in Inghilterra.

Due anni dopo, un articolo che fa di nuovo riferimento ad Algebris e alle Cayman dovrebbe aggiungere qualcosa in più su questa faccenda. Verificando ad esempio la risposta di Serra al Corriere. O chiedendo a Serra perché lui abbia bisogno di una società delle Cayman per offrire servizi al suo stesso gruppo. Sarebbero state domande e approfondimenti interessanti, ma nell’articolo non ci sono.

In compenso, però, arriva subito un paragrafo strano, cioè questo:

Documenti alla mano, Serra guida una macchina da soldi, con profitti per 7 milioni di sterline (circa 9 milioni di euro) su 11,7 milioni di giro d’affari.

E quindi? Voglio togliere dal tavolo l’ipotesi per cui, secondo il giornalista, il fatto stesso di fare profitti (pochi o tanti che siano) sia una cosa deprecabile o immorale di per sé. Peraltro, definire una “macchina da soldi” un’azienda che fa 9 milioni di profitti mi sembra quantomeno un’esagerazione. 9 milioni sono un bel po’ di soldi, ma sono bruscolini nella City di Londra. E anche nella finanza nostrana ci sono consulenti e studi di avvocati che fanno multipli importanti di quella cifra.

La capogruppo Algebris investment ltd ha pagato solo 106 mila sterline di tasse (pari a 133 mila euro), mentre i nove partner, tra cui Serra, si sono divisi 6,9 milioni di sterline.

Questo è davvero incomprensibile. Appena qualche paragrafo più su il giornalista ci ha spiegato che questo qua è proprio il modo giusto in cui la cosa deve funzionare, ricordate? La “trasparenza fiscale”, avete presente? Lo stesso giornalista ci ha spiegato che “Gli utili aziendali di una “limited partnership” non vengono tassati” e che “confluiscono poi nella dichiarazione dei redditi di ciascuno”.

La società citata qua non è però la LLP, che funziona con la trasparenza fiscale, ma la “capofila”, la LTD. Non è chiaro, quindi, se Serra e i suoi soci dovranno pagare le tasse sui 6,9 milioni che “si sono divisi”. Se fosse così, non si capisce qual è il punto. Se non fosse così, cioè i soci non hanno pagato altre tasse, non si capisce perché l’articolo non lo spiega con numeri precisi.

Resta però la sensazione che Algebris e i suoi soci stanno pagando troppe poche tasse rispetto ai profitti intascati.

Nuovamente, sarebbe stato interessante capire quante tasse Serra e soci hanno pagato sui 6,9 milioni. O se per caso c’è stato qualcosa di poco chiaro. Ma l’articolo non contiene nulla di tutto questo.

Nelle carte societarie, il finanziere amico di Renzi viene indicato come “controlling party”, cioè socio di comando. Tra gli associati troviamo alcuni collaboratori dello stesso Serra e il “The Children Investment Fund” di Chris Hohn, un investitore con la fama dello spregiudicato raider di Borsa.

Serra è associato con un tizio che ha la “fama di spregiudicato raider di Borsa”. Che vuol dire? Significa semplicemente che è una persona imprudente o irruenta oppure ci sono dietro delle faccende illecite o poco chiare? Qual è la fonte di questa affermazione sulla spregiudicatezza di questa persona? Ci sono alcuni esempi che sostanziano questa affermazione?

Nulla. Non si capisce. Resta però la suggestione che Hohn non sia proprio una bella persona, ed è associato a Serra.

Secondo il periodico americano “Forbes”, l’hedge fund di Hohn avrebbe guadagnato quasi 400 milioni di dollari nel solo 2013.

E quindi? Di nuovo, se togliamo dal tavolo l’ipotesi che far molti soldi sia un male di per sé, non si capisce come questa informazione, messa subito dopo l’affermazione sulla spregiudicatezza, possa aiutarci a far chiarezza. Ha fatto tutti questi soldi perché è spregiudicato? O perché è bravo a investire? Ha violato delle regole? Ha fatto operazioni poco chiare?

Nulla. Non si capisce.

Peraltro, se si cerca l’articolo di Forbes citato dal giornalista si scopre che Hohn è tra le persone che donano la maggior quantità di soldi in beneficenza di tutto il Regno Unito (2 miliardi di dollari negli ultimi anni). Tutte cose irrilevanti, ovviamente (si può essere spregiudicati e filantropi allo stesso tempo), ma che ci potrebbero forse dire qualcosa su come le informazioni date dalla stessa fonte siano state selezionate.

Da qualche anno il socio di Serra ha messo nel mirino una preda particolare, nientemeno che l’agenzia di rating Moodys, quotata a Wall Street. Hohn ha investito quasi un miliardo di dollari per il 5 per cento circa del capitale della società che dà le pagelle alla solidità finanziaria di aziende e stati sovrani. Italia compresa.

Questa chiusura è un capolavoro. Partiamo da una considerazione semplice. Per uno che guadagna 400 milioni l’anno e dà in beneficenza 2 miliardi in pochi anni, un investimento da un miliardo potrebbe non essere una cosa così eccezionale. Ovviamente potrebbe anche essere il contrario. Magari il taglio usuale di investimenti di Hohn è molto più piccolo e quindi questo su Moodys è un investimento anomalo. L’articolo ci dice qual è il taglio usuale degli investimenti di Hohn? No. Quindi, non capiamo come prendere questo dato.

Ma la cosa più interessante è il riferimento al fatto che Moodys dà le pagelle agli “stati sovrani. Italia compresa”.

Che cosa si può dedurre da questa cosa? Che Hohn voglia condizionare Moodys e, attraverso Moodys, gli “stati sovrani. Italia compresa”? Be’, anche se questa fosse la sua intenzione (ma dove sono i fatti?), e anche se i manager e dipendenti di Moodys fossero pronti a farsi condizionare da un investitore, mi sembra difficile che il proprietario di una piccola quota del 5% possa riuscire nell’impresa.

Se non è questo allora, che altro ci vuole dire l’autore del pezzo?

Non si capisce. Forse non voleva dire nulla, ma non riesco a togliermi la sensazione che ci fosse un’inferenza da trarre in quell’accostamento tra Hohn, Moodys e le pagelle per l’Italia. E però non c’è uno straccio di fatto per poterla trarre.

Quanto abbiamo imparato da quest’articolo? Poco, secondo me, su Serra e i suoi affari. Molto, credo, sul perché dobbiamo tutti pretendere un’informazione migliore.

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