Il fraintendimento del perdono

BackUn amico a cui voglio bene ha fatto un torto a una persona cui vuole molto bene. Ha trovato la forza di parlarle e di spiegarsi, e ha affrontato la vergogna e il dolore che, come si aspettava, sono arrivati con quella confessione. Adesso lui spera, così mi dice, di essere perdonato. Spera che questa persona che ha subito un torto da lui lo perdoni e continui a volergli bene.

In parte è per via della cultura cattolica a cui veniamo esposti sin da piccoli, per cui è bene perdonare non sette volte ma “settanta volte sette”. In parte è anche a causa dei tanti film e telefilm americani che trattano di criminali e processi, e che ci danno soddisfazione solo quando i cattivi ottengono la punizione che si meritano. In parte è anche, probabilmente, l’effetto di una qualche intuizione primitiva secondo cui le cattive azioni sono delle cose messe in disordine che devono essere riordinate. Fatto sta che siamo abituati a ragionare sulle cattive azioni in termini di perdono e riparazione. Se qualcuno fa qualcosa di male, ci aspettiamo che sia punito in modo proporzionale rispetto al male commesso oppure, in alternativa, che sia perdonato – gli sia cioè risparmiata questa punizione.

I telegiornali italiani sono forse gli unici in cui si chiede sempre ai parenti della vittima se sono disposti a perdonare il colpevole. Ma anche la concezione retributiva che impregna l’ideologia dei polizieschi americani (e di tanti sistemi penali reali) commette lo stesso errore degli italiani ossessionati dal perdono. Entrambe le visioni sono fisse a contemplare il passato. Tanto i severi procuratori di Law & Order quanto i parroci invitati a parlare alla RAI sono convinti che il punto dell’intera faccenda sia ciò che è già accaduto e non ciò che può accadere d’ora in avanti.

La verità, però, è che il passato non può essere cambiato. Il passato semplicemente non esiste più e non esisterà nuovamente, né nella sua forma originaria né in una versione riparata da qualche tipo di afflizione o contrizione. Ciò che di buono sarebbe dovuto accadere purtroppo non è accaduto e non è possibile ripristinare il tempo trascorso secondo ciò che sarebbe stato più giusto o più onesto. Il passato è quel che è stato, e non possiamo farci nulla. Quel che è più importante, però, è che così come noi non possiamo cambiare il passato, il passato non può cambiare noi. Il passato non può farci nulla di male. La nostra felicità e il benessere dei nostri cari e degli altri uomini può aumentare o diminuire solo in base a quel che accadrà d’ora in avanti. Prevedere delle punizioni per chi fa del male è giusto non perché il colpevole riceva quel che si merita, né perché le cose del passato siano rimesse in ordine, ma soltanto perché gli altri abbiano paura delle conseguenze delle loro azioni cattive e per questo decidano di non compierle. Le punizioni, insomma, riguardano le azioni che non sono ancora state commesse, non quelle già compiute. Piangere sul latte versato ha senso solo per imparare a non versarne dell’altro.

La diffusa retorica del perdono ci spinge quindi a un grosso fraintendimento, cioè che importa di più quel che si è fatto piuttosto che quel che si farà d’ora in avanti. Ma la verità è esattamente al contrario. Ciò che ci deve interessare è quel che succederà adesso. Perdonare può solo voler dire riconoscere l’irrilevanza del passato nel mondo presente e nei mondi futuri, che sono gli unici mondi in cui abiteremo. Ma in quel senso lì non c’è alternativa sensata al
perdono e non si tratta di un atto di bontà né della cancellazione di una colpa.

Il mio amico che ha commesso un torto non deve chiedersi se merita il perdono, ma solo come si comporterà in futuro. La persona che ha subito il torto non deve chiedersi se perdonare il mio amico, ma solo come lui si sta comportando adesso e come si comporterà in futuro. Quello, il futuro, è l’unico mondo in cui vivremo. E nel futuro siamo tutti ancora innocenti.

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