Il debito più grande

DebitoImmagina che domattina un tuo amico ti venga a prendere con la macchina e, chiedendoti di non fare troppe domande, ti porti in un posto stranissimo che non conosci. E’ un posto assurdo che sembra uscito da un film di fantascienza. Ci sono oggetti dalla forma strana e luccicante che non sai a cosa servono. Ci sono suoni che sembrano musica ma potrebbero anche essere una specie di linguaggio straniero che non comprendi. Ci sono dei robot (o sono forse degli alieni?) che si muovono intorno a te e sembrano affaccendati in compiti di cui ti sfugge del tutto lo scopo. Alcuni degli strani abitanti di questo posto sembrano voler interagire con te, ma tu non hai idea di cosa vogliano né di come interloquire con loro.

Capisci una cosa però: la tua vita è completamente cambiata, e per sempre. Non potrai tornare a casa, sei destinato a rimanere in questo nuovo e stranissimo mondo e la causa di tutto ciò è il tuo amico che ti ci ha portato. Dovrai imparare a riconoscere gli oggetti e gli esseri viventi che si aggirano in questo posto. Dovrai imparare la lingua, le abitudini, le regole. Non ti passava neppure per la testa di trasferirti qui e di cambiare radicalmente la tua vita. Ma ormai non puoi più tornare indietro.

Sembra uno scenario assurdo e fantasioso ma in realtà è qualcosa che ti è già capitato. Ed è esattamente quello che è capitato a tuo figlio (se ne hai uno) al momento della nascita. Di certo è quello che è capitato al mio.

Il piccolino che viene al mondo è in una situazione ancora più assurda, a pensarci bene. Il posto in cui è arrivato non assomiglia neppure lontanamente a qualcosa di cui lui ha già un’idea o una nozione. A lui non dicono nulla neppure i concetti di “assurdità” o “stranezza”, né quello di “dover imparare e adattarsi”. Come il protagonista della storia, però, mio figlio non ha avuto alcun ruolo nella catena di eventi che lo ha portato in un posto di cui non sa nulla. Lui non ha deciso di nascere. Non ha deciso di avere me come papà, piuttosto che un altro. Non lo ha scelto lui di nascere in Italia nel 2014, di finire in una famiglia povera o ricca come la mia, con genitori che fanno i lavori che noi due facciamo e credono nelle cose in cui noi due crediamo. Non ha scelto di avere un padre simpatico o antipatico, intelligente o stupido, sensibile o insensibile, buono o cattivo, colto o ignorante come io sono. Non ha scelto la casa in cui dovrà abitare e neppure il nome con cui si chiamerà.

Come l’amico della storiella di fantascienza, sono io che l’ho portato qui. Sono io che ho scelto tutte queste cose. Sono io il responsabile.

A volte si sente dire che la vita è il dono più grande che abbiamo ricevuto. E’ un modo di dire suggestivo, che ci sembra corretto perché tutti gli esseri viventi hanno un fortissimo istinto di sopravvivenza e valutano la loro vita come il bene più importante da proteggere. Una volta nati e coscienti di noi stessi, il nostro desiderio più forte è quello di preservare la nostra sopravvivenza. Quando non eravamo vivi, però, semplicemente non esistevamo e non avremmo mai potuto dare valore a qualcosa come la vita. Non esiste un desiderio di vita fuori dalla vita stessa, perché fuori dalla vita non c’è proprio nessun desiderio di alcun tipo. In altre parole, essere vivi può essere meglio che non esserlo solo quando sei già vivo. Sembra un rompicapo ma, se ci pensate, è un’osservazione abbastanza banale.

Bisogna quindi ripensare un po’ a quel modo di dire. Far nascere qualcuno non ti dà nessun merito e sarebbe sbagliato aspettarsi della gratitudine per aver portato un esserino indifeso dentro a un mondo di cui non sa nulla. “Ti devo tutto” è un’espressione che si dice, esagerando, a chi ci ha dato qualcosa di incredibilmente importante. Se crediamo al detto per cui la vita è il dono più grande, tuo figlio appena nato ti deve tutto. Invece, per quel che ho appena detto, è esattamente il contrario: sei tu che devi tutto a lui.

La scommessa che si fa mettendo al mondo un uomo è che le gioie della sua vita superino i dolori, le cose belle che incontrerà siano più numerose di quelle brutte, il bene che riuscirà a compiere sia superiore al male che inevitabilmente causerà. Quale che sia l’esito di questa scommessa, una cosa è certa: non è lui che l’ha fatta. Il programma biologico di conservazione della specie – e il senso comune forgiato a modello di quello – ci consentono di compiere un azzardo tanto arrogante. Dobbiamo però almeno ricordarci, razionalmente, di che è la responsabilità.

Quando guardate gli occhi che ridono dei vostri bambini, o sentite i loro gorgoglii felici, o la loro prima risata, siete dalla parte giusta di quella vostra scommessa e potete rallegrarvi. Ma quando vi alzate dal letto per l’ennesima volta, tra gli strilli e il dolore di un esserino infelice, ricordatevi chi è che ha fatto quella scommessa. Lui non vi deve davvero nulla. Tutto il bene che potrebbe volervi in futuro ve lo dovete ancora meritare.

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