I benefici economici delle riforme istituzionali?

north-korea-lights-space-01_76991_990x742In un post del 4 febbraio, Marco Simoni – economista della London School of Economics e consulente del Governo per il coordinamento della politica economica – ha sostenuto che la riforma economica più importante del governo Renzi è la riforma costituzionale. Non il jobs act, non la riforma delle banche popolari, ma la riforma costituzionale. Per dimostrare la sua tesi, Simoni si richiama al filone di pensiero secondo cui l’economia di un paese è parecchio influenzata dalla politica e dalle regole istituzionali. Simoni cita in particolare il best seller di Acemoglu e Robinson, Why nations fail (tradotto in italiano per il Saggiatore) e la sua distinzione tra sistemi istituzionali inclusivi ed estrattivi. I primi sono quelli che hanno regole che danno ad ampia parte della popolazione gli incentivi giusti per esprimere nella società le proprie energie creative e imprenditoriali. I secondi sono quelli in cui le regole consentono a un’elite ristretta di distribuire benefici a parenti, amici e sostenitori, tagliando fuori il grosso della cittadinanza. Per gli autori il diverso successo degli stati non dipende, come spesso si pensa, dalla geografia, dalla cultura, dalle risorse del territorio o dal clima, ma dai sistemi istituzionali.

La tesi è non solo suggestiva, ma anche supportata dai dati e da numerosi esempi. Tra i casi più esemplari riportati da Acemoglu e Robinson ci sono le due città di Nogales, l’una adiacente all’altra al di qua e al di là del confine tra Messico e Stati Uniti: stesso nome, stessa geografia, una volta erano persino la stessa città. Eppure una è ricca e l’altra è povera. A fare la differenza, secondo Acemoglu e Robinson, sono proprio le diverse istituzioni politiche.

Seguendo questa dottrina, Simoni ritiene che le principali riforme costituzionali approvate dal Senato pochi giorni fa serviranno a rendere il sistema italiano meno estrattivo e più inclusivo e avranno quindi significativi benefici economici per noi tutti. Ma è davvero così? Da profano, mi vengono da fare tre domande a Marco Simoni.

Primo: Davvero le regole istituzionali sono poi così importanti per i paesi sviluppati come l’Italia? Quando Acemoglu e Robinson parlano di sistemi estrattivi, si riferiscono a regimi non democratici e dispotici, a paesi dove non vige lo stato di diritto, dove non sono assicurati i diritti di proprietà, dove è legittimo il lavoro forzato o la schiavitù, dove il potere è concentrato nelle mani di pochi. Gli esempi dei passaggi da un sistema estrattivo a un sistema inclusivo sono infatti quasi sempre grandi transizioni storiche (la Gloriosa Rivoluzione del 1688, la Rivoluzione Industriale) o grandi divergenze politiche (come la divisione tra Corea del Nord e Corea del Sud). In uno studio del 2011, due economisti avevano proprio concluso che le istituzioni politiche influenzano la crescita economica solo nele democrazie incipienti, mentre per le democrazie consolidate e per i paesi più ricchi come l’Italia non sono poi così rilevanti.

Secondo: Ma le riforme di Renzi sono davvero così significative? Dei quatto capitoli citati da Simoni, la cosa più rilevante sembrerebbe la fine del bicameralismo perfetto e il fatto di poter avere “un chiaro vincitore alle elezioni”. Qui probabilmente Simoni si riferisce in realtà alla riforma elettorale, che pur essendo cosa diversa è certamente una parte essenziale dell’architettura istituzionale. Ma davvero l’Italicum e un Senato con eletti di secondo grado (cioè eletti da eletti) rappresentano una conquista significativa in termini di inclusività del sistema? Due altri economisti, Persson e Tabellini, avevano provato a misurare anni fa gli effetti delle regole costituzionali (soprattutto forme di governo e sistemi elettorali) sulla crescita economica e avevano concluso sostanzialmente che la forma di governo (presidenziale o parlamentare) e il sistema elettorale (maggioritario o proporzionale) hanno effetti significativi sulla spesa pubblica ma non molto in generale su rendite, corruzione e produttività aggregata. Certi dettagli, però, sarebbero significativi, come ad esempio il votare per un singolo candidato (che è efficace contro rendite e corruzione) piuttosto che votare per una lista (che invece accresce rendite e corruzione). L’Italicum non va nella direzione di un maggioritario (pur mirando a effetti di stabilità), è un sistema per liste e – con il capolista bloccato e le candidature multiple – sottrae di fatto la scelta di una buona parte dei parlamentari alla decisione degli elettori del singolo collegio. In che modo queste caratteristiche sono “inclusive” e non “estrattive”?

Terzo: E’ possibile che, al contrario, le riforme proposte possano rendere il sistema più estrattivo? Anche nelle democrazie consolidate rimangono residui di istituzioni estrattive. Un aspetto significativo è la politica clientelare. Come notano gli stessi Acemoglu e Robinson citando lo scienziato politico Martin Shefter, i politici possono conquistare il consenso in due modi: possono distribuire benefici divisibili (cioè favori clientelari) a chi li sostiene oppure possono distribuire benefici collettivi o appellarsi a un interesse collettivo, al fine di ottenere contributi, supporto e voti dal maggior numero di persone. Uno dei modi per passare da un sistema clientelare a un sistema più inclusivo è grazie all’ingresso di partiti che non nascono dall’interno del sistema politico, ma dall’esterno: partiti outsider, per così dire. Davvero le nuove regole elettorali in discussione (capilista bloccati, sistema di liste, candidature multiple) vanno nella direzione della maggiore concorrenza politica e della necessaria distruzione creatrice tra i partiti?

Speriamo che, nel tempo che forse ancora c’è, si rendano le riforme istituzionali davvero incisive, sfrondandole di tutti gli strumenti che servono alla sopravvivenza dei partiti attuali e aggiungendovi ciò che potrebbe veramente creare un sistema politico più competitivo, più trasparente e più responsabile.

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