Le scarpe degli altri

EmpathyA Londra ha aperto un museo dell’empatia. I visitatori possono indossare stivali e scarpe di sconosciuti, camminarci per un miglio e nel frattempo ascoltare la storia dei proprietari. L’idea è quella di rendere letterale l’esperienza descritta dal modo di dire inglese “mettersi nelle scarpe di un altro” o, come diciamo noi in italiano, “mettersi nei panni dell’altro”. Il significato più comune dell’empatia è infatti proprio quello: guardare il mondo nel modo in cui lo guarda un’altra persona, provare quello che prova un’altra persona, capire e sentire il punto di vista degli altri.

Di questi tempi l’empatia gode di ottima reputazione e tutti – a partire da Barack Obama, che ne è un grande fan – ci invitano ad averne di più.

L’empatia però non è sempre una buona consigliera, anzi. Mettersi nei panni degli altri spesso non è un buon modo per migliorare la situazione, né per noi stessi né per gli altri. Capire e confrontarci con le idee, emozioni e interessi degli altri (quello che gli psicologi a volte chiamano “empatia cognitiva”) è certamente utile. Ma è una cosa che a che fare più col giudizio che con il trasporto emotivo. Questa forma di fredda comprensione delle ragioni altrui è molto diversa dall’empatia emotiva, dalle scarpe e dai panni degli altri: sono proprio processi cerebrali distinti.

L’empatia emotiva – quella per cui soffriamo quando vediamo soffrire, ridiamo quando vediamo ridere, sentiamo quello che gli altri sentono – è spesso uno strumento piuttosto difettoso per migliorare le cose. Secondo lo psicologo cognitivo Paul Bloom, il neuroscienziato Richard J. Davidson e altri, l’empatia rende il mondo un posto peggiore.

I problemi dell’empatia sono più d’uno. Innanzitutto, l’empatia opera con pregiudizi irrazionali. Ad esempio, gli studi dimostrano che siamo più inclini a essere empatici coi nostri simili (per etnia, nazionalità, caratteristiche fisiche) e con le persone più attraenti fisicamente. Poi, l’empatia ha un respiro parecchio corto. Ad esempio, siamo irragionevolmente più commossi dalla morte di un singolo individuo, con un nome e un cognome e una faccia, che da più gravi tragedie che colpiscono un numero enorme di persone anonime e imprecisate. Solo da questi elementi è evidente che le nostre decisioni pubbliche, dice Paul Bloom, diventano più sagge e efficienti se mettiamo da parte l’empatia.

Ma l’empatia può renderci inefficaci anche con riguardo alle relazioni personali. Per aiutare una persona con un problema, non è necessario che io faccia esperienza del suo dolore o del suo disagio. Anzi, provare quello che prova può spesso essere un ostacolo, un peso. Pensate al medico che deve operare un malato grave o a qualcuno che deve consolare una persona colpita dalla morte di una persona vicina. In entrambi i casi, la cosa importante è comprendere il problema dell’altro e voler agire per il suo benessere. Sarebbe un enorme ostacolo, invece, condividere il dolore fisico e psicologico dell’altra persona: renderebbe il medico meno lucido ed efficiente, e l’amico più angosciato e poco d’aiuto. Nella letteratura buddhista, la differenza tra empatia e compassione sembra sottile da afferrare ma è cruciale. La prima è solo una reazione automatica, una guida non necessariamente sicura e spesso poco salutare. La seconda, invece, è una risposta più distaccata, matura e stabile – ma più utile per il benessere di tutti. Risonanze magnetiche cerebrali fatte sul cervello di esperti meditatori e non meditatori hanno mostrato che, di fronte alla sofferenze degli altri, i cervelli dei meditatori si attivano nelle aree tipicamente collegate al prendersi cura degli altri, mentre i cervelli degli altri si attivano nelle aree della tristezza e del dolore.

Credo però che la più grande confusione sull’empatia sia collegata al diffuso fraintendimento etico per cui comprendere le ragioni di qualcuno ci sollevi dal compito di giudicarne le azioni. Comunemente, l’invito a mettersi nei panni di un altro equivale a una richiesta di assoluzione. “Prova a metterti nei miei panni” è uno dei trucchi più frequenti con cui si cerca di giustificare i propri errori. Allo stesso modo, “Se fossi stato nella sua posizione avrei fatto lo stesso” è uno dei trucchi più frequenti con cui ci liberiamo maldestramente dall’onere di dover guardare le cose oggettivamente, per le loro effettive conseguenze. In genere, ci interessa più il biasimo delle persone che il valore delle loro azioni. L’empatia opera sul primo, ma ci lascia totalmente confusi sul secondo.

Se un amico che ha sbagliato è infastidito dal fatto che glielo facciamo notare, e chiede un po’ di empatia, è meglio intendersi subito su ciò che intende. Capire le cause degli sbagli può essere utile per non ripeterli. Ma condividere sensazioni e punti di vista può essere un modo per giustificare qualsiasi comportamento.

Le scarpe degli altri potranno essere state scomode, bucate, o rotte – ma il percorso che hanno compiuto resta comunque sbagliato. La moda dell’empatia, concentrandosi sulle scarpe, rischia di farci dimenticare che la cosa più importante è il posto in cui le scarpe ti portano.

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