Quel che non si dice su Ignazio Marino

HouseAlla fine Ignazio Marino si è dimesso. In questi mesi, assistendo da lontano alla guerriglia condotta da chiunque contro di lui, mi sono chiesto e ho chiesto più volte ai romani e a chi è più informato di me che mi raccontassero i fatti, i capi d’accusa per poter valutare questa incredibile inadeguatezza di cui tutti – grillini, pidiellini, fascisti, democratici, gente a caso – andavano accusando Marino. Che ha fatto di male questo Marino? Me lo volete spiegare?

Dal ristretto gruppo di chi lo difendeva, arrivavano liste di cose che sembravano cose buone, cose che la buona politica dovrebbe fare. La chiusura della discarica di Malagrotta, che avrebbe dovuto chiudere da anni ma nessuno era riuscito a farlo. Un piano di risparmi per cominciare a riportare sotto controllo il dissestato bilancio di Roma. Diciotto kilometri di Metro C inaugurati in due anni, dopo che i lavori erano rimasti fermi tra lentezze e proteste. Una vera e propria svolta nella raccolta differenziata, partendo da una situazione di sostanziale deserto. Un superpoliziotto a capo dei vigili urbani, per attuare il piano antiabusivi che all’ex capo dei vigili non andava giù. Il licenziamento di sessanta dipendenti dell’AMA assunti da Alemanno per favori clientelari. L’abbattimento dei chioschi abusivi a Ostia. La rimozione dei camion bar davanti al Colosseo. La pedonalizzazione dei Fori Imperiali. Cose fatte, cose concrete.

La lista continua. Forse alcune di queste cose non sono davvero così eccezionali. Alcune magari sono esagerate, o sbagliate (è possibile che i licenziamenti di Parentopoli siano dichiarati illegittimi dal giudice) e alcune certamente sono il frutto di sforzi congiunti, fatti nel tempo, e giunti a maturazione in questo periodo. Sono però dei fatti, delle cose che possono essere prese in considerazione, discusse, valutate. A una persona normale può sembrare poca roba che un sindaco decida che dei venditori ambulanti invece di sostare davanti al Colosseo debbano spostarsi da un’altra parte del centro storico. Ordinaria amministrazione, insomma. A Roma, invece, ci è voluto lo spiegamento di 250 vigili urbani per fare questa cosa. A Roma comandano piccoli gruppetti di potere che nessuno prima d’ora era mai andato a infastidire in modo così massiccio e sistematico. A Roma, per dire a dei venditori di panini che dovrebbe spostarsi quattro strade più in là, devi chiamare centinaia di uomini armati.

Che dicono invece i critici di Marino? Che è inadeguato, che è un incapace. Ma non portano un solo fatto, un solo esempio a sostegno della loro battaglia.

Ieri in un suo post Francesco Costa ha provato a riassumere le ragioni del fallimento di Marino, ma la sua diagnosi critica si riduce a menzionare la cattiva gestione dell’immagine, la cattiva comunicazione. Un problema di PR, insomma. Ma c’è stata una guerra senza quartiere, per mesi, contro Marino. Una guerra cui hanno partecipato tutti i gruppuscoli di potere romano, tutte le consorterie, tutte le forze politiche – compreso il PD – tutte le lobby cui Marino ha pestato i piedi. Davvero Marino poteva tirarsene fuori con un buon consulente d’immagine? Marino non ha perso il generico consenso dei cittadini, come suggerisce Costa. Marino si è visto scatenare l’offensiva di gruppi e gruppetti, poteri e mafiette, per via delle sue scelte amministrative. Chi aveva ragione, nel merito, in questa guerra? Marino o i suoi avversari?

Che la storia politica di Marino si sia conclusa con un fallimento è una tautologia: in politica chi perde e chi si dimette ha fallito. Ma è un errore etichettare come anti-politica il tentativo di allargare il discorso al merito delle questioni. Quello di cui non si parla, parlando di Ignazio Marino, è se le cose che stava facendo erano cose buone e se era giusto stare al suo fianco in quella guerra.

Nella critica di Francesco Costa resta implicito un rimprovero: che Marino avrebbe dovuto tessere alleanze, negoziare con le lobby e le fazioni, scendere a compromessi e forse persino in qualche caso stringere mani sporche. La gestione della cosa pubblica passa anche attraverso alcune di queste cose, è indubbio. Ma esaurire il discorso su questo piano vuol dire confondere i mezzi con i fini. Nelle critiche a Marino il merito delle sue scelte amministrative è completamente assente. Erano cose buone? Hanno fatto bene il Governo, Renzi, il PD e molti elettori ad abbandonarlo? Se si accusa Marino di aver perso pezzi di consenso senza chiedersi se le cose che stava facendo meritavano consenso, c’è un cortocircuito. E si finisce dritti dentro House of Cards, dove chi vince non soltanto ha successo, ma ha anche ragione.

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