Come essere buoni

ClintState passeggiando in campagna. Passate lungo un torrente e vi accorgete che un bambino di due anni è a testa in giù nell’acqua: sta annegando. L’acqua è bassa, potete salvare il bambino inzuppandovi i jeans fino a metà polpaccio. Pensate sia giusto salvarlo?

Questa domanda appare nel 1972 in un articolo scritto da uno studente di dottorato in filosofia, tale Peter Singer. Si intitola Famine, Affluence and Morality. Sono una dozzina di pagine che si leggono abbastanza in fretta. Da pochi mesi è stato ripubblicato assieme ad altri brevi articoli di Singer (che nel frattempo è diventato uno dei più importanti filosofi viventi) e una prefazione di Bill e Melinda Gates. (Ma su internet si trova gratis).

Il caso del bambino che annega nel torrente non è un gran dilemma morale. Quasi tutti noi – mi verrebbe da dire semplicemente tutti – sceglieremmo di inzupparci i jeans fino al polpaccio e salvare il bambino. Lo faremmo perché il sacrificio sofferto (il fastidio di inzupparsi i jeans) è una cosa ridicola rispetto al beneficio che potremmo dare a un’altra persona (salvare la vita del bambino). Da questo esempio si potrebbe tirare fuori una specie di principio, e Singer lo fa. Il principio è grossomodo questo: dovremmo impedire che accada qualcosa di male a qualcuno se per far ciò non ci tocca sacrificare nulla di comparabilmente importante. I jeans inzuppati non sono certamente importanti – neppure lontanamente – quanto la vita di un bambino. Per questo è giusto inzupparseli e salvare il bambino.

Tutto sommato sembra un principio ragionevole. In realtà però è un principio così radicale che, se lo seguissimo per davvero, sconvolgerebbe del tutto il modo in cui giudichiamo e facciamo le cose. Se poteste salvare la vita di un bambino spendendo 5 euro, lo fareste? Pensate che sia giusto farlo? Be’, l’esempio è simile a quello del torrente. Penseremmo di sì, certo, che è giusto spendere i 5 euro per salvare la vita di un bambino. E se vedessimo qualcuno che si rifiuta di dare i 5 euro e lascia morire il bambino – qualcuno che ha una casa e uno stipendio e dei vestiti nuovi addosso e una vita relativamente comoda, per cui 5 euro non sono un granché – come lo giudicheremmo? Male, verosimilmente.

Eppure è quello che facciamo ogni giorno. Se accettiamo il principio che abbiamo detto – cioè che dovremmo impedire che accada qualcosa di male a qualcuno se per far ciò non ci tocca sacrificare nulla di comparabilmente importante – le nostre vite ci sembreranno immediatamente mostruose. Perché quasi tutte le “esigenze” che soddisfiamo durante la giornata sono assolutamente ridicole rispetto alle sofferenze terribili che potremmo invece alleviare. Il Bloody Mary che avete ordinato all’ultimo aperitivo ha tolto circa un mese di vita a un bambino in Africa. Detta così, sembra una provocazione per stupire i benpensanti, ma è semplice matematica. In certe parti del mondo, la malaria uccide circa un milione di persone l’anno. Ci sono tende trattate con l’insetticida che sono un metodo di prevenzione molto efficace. Una tenda costa 5 dollari e 31 centesimi, meno del vostro Bloody Mary, e tiene lontano il contagio per alcune settimane. È stato calcolato che servono circa 2.838 dollari per salvare la vita di un bambino con queste tende. Un Bloody Mary equivale forse a 3 settimane o un mese di vita per un bambino da qualche parte dell’Africa. Se ordinate il cocktail invece di inviare quei sette o otto euro alla AMF (Against Malaria Foundation) fate una cosa sostanzialmente identica a lasciare annegare il bambino per non inzupparvi i jeans.

Moltissime persone ritengono che sia legittimo dare priorità ai propri interessi rispetto a quelli degli altri. Quasi tutti però crediamo che esista un limite oltre il quale preferire il proprio interesse a quello degli altri diventa inaccettabile o addirittura mostruoso. L’esempio del torrente rientra tra questi. Ma possiamo fare tanti altri esempi “estremi” in cui preferire un nostro interesse ci sembra incredibilmente sbagliato. Tutti saremmo d’accordo ad esempio nel dire che se vedo un passante che sta avendo un infarto e non chiamo l’ambulanza per non interrompere la mia partita di Angry Birds sull’iPhone, mi sto comportando molto male. Una volta però che passa il principio per cui, almeno oltre una certa misura, è giusto che l’interesse degli altri prevalga sul nostro, bisogna chiedersi se, nei vari casi che ci capitano ogni giorno, quella misura è oltrepassata oppure no.

Ma dove bisogna mettere l’asticella? È estremamente difficile stabilire in astratto questa misura, e non c’è accordo tra amici, tra cittadini di un paese, tra culture diverse e neppure tra filosofi. A un estremo c’è l’idea per cui dare preferenza ai propri interessi è sempre legittimo. Come abbiamo visto però, almeno in certi casi (ma i casi sono tanti, in realtà), ci sembra inaccettabile. All’altro estremo c’è l’idea opposta per cui l’interesse degli altri deve valere quanto il nostro. Se ci pensate, è anche quello che trovate nel Vangelo: ama il prossimo come te stesso. È una cosa enormemente faticosa, forse psicologicamente impossibile per la maggior parte degli esseri umani. Ci sembra così enorme che non perdiamo neppure tempo a rifletterci troppo su. Non crediamo che si possa davvero fare.

Ma tra il lasciare morire il bambino nel torrente e amare tutti come amiamo noi stessi c’è un range di possibilità gigantesco. Essere buoni, o fare la cosa giusta, va pensato come una scala graduata con miliardi di tacche. Non c’è il bene assoluto e il male assoluto, ci sono comportamenti un pochino migliori di altri e ce ne sono altri ancora che sono ancora meglio o un po’ peggio o molto peggio.

Essere più buoni significa spostare anche solo di una tacca alcune delle nostre scelte nella direzione giusta. Siamo dei mostri per aver ordinato quel Bloody Mary? Forse no, ma un trasformiamo un Bloody Mary al mese in una vita salvata ci stiamo certamente comportando un po’ meglio. E se invece di comprare la macchina nuova mettiamo al sicuro dalla malaria dieci bambini per tutta la vita, ci stiamo comportando molto meglio. E se donassimo un rene per uno sconosciuto? O vendessimo la casa dei nonni per salvare la vita a 100 bambini? Il fatto che alcune di queste scelte siano troppo per quel che sentiamo di poter fare non vuol dire che non possiamo spostarci di qualche tacca sulla linea del fare bene, senza sforzi sovrumani. Anche evitare di reclinare il sedile dell’aereo per stare un po’ più comodi (facendo stare meno comodo chi è seduto dietro) è una tacca nella direzione giusta.

Con Natale e il nuovo anno siamo sempre pieni di buoni propositi. In genere sono propositi che riguardano il nostro benessere (perdere peso, andare in palestra, concedersi un viaggetto, dedicare più tempo ai libri o al teatro). Ecco, lo so che è un pensiero che non s’addice alle feste, ma come nuovo proposito potremmo aggiungere quello di lasciar morire qualche bambino in meno.

 

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