La volontà del popolo e il miscuglio delle volontà

malkBisogna resistere alla tentazione di attribuire l’esito di un voto a un’unica, semplice spiegazione, per quanto suggestiva essa sia. Il popolo non ha un’unica volontà, ma esprime milioni e milioni di singole preferenze individuali, ciascuna influenzata da un mucchio di fattori, razionali e irrazionali. “L’unico significato che vedo nella parola ‘popolo’, scriveva Paul Valèry, è ‘miscuglio’; se sostituiamo alla parola ‘popolo’ le parole ‘miscuglio’ o ‘numero’ otteniamo certe espressioni molto strane: il miscuglio sovrano,  la volontà del miscuglio…”. Ecco: quando vi prende la voglia di attribuire al popolo un’identità omogenea, desideri coerenti o una volontà unica, fate l’esercizio proposto da Valèry e ricordatevi che il popolo è solo un gran numero di individui assai diversi l’uno dall’altro.

Questa raccomandazione è doppiamente utile per leggere la netta vittoria del No al referendum costituzionale. In primo luogo, ci sconsiglia di spiegare il voto con il populismo, il conservatorismo, l’anti-europeismo, il disagio sociale, il voto di classe, il risentimento dei bersanian-dalemiani, o altre forme di dissenso tecnico o politico, nel metodo o nel merito, su questo o quell’altro aspetto della riforma. L’unico fatto certo, infatti, è che una cospicua maggioranza dei cittadini che ha votato ha votato per il No. Ogni spiegazione unitaria di quel voto è però azzardata, e molto probabilmente sbagliata. In secondo luogo, ci mette in guardia dall’idea che che esista un unico e preciso errore commesso da Renzi, e che esista un’unica e precisa soluzione a quell’errore.

Insomma, ricordarsi che il popolo è un miscuglio, o comunque un insieme complesso e articolato di individui diversi, è un antidoto contro due idee fortemente diffuse tra i commentatori del giorno dopo: che esista una Grande Spiegazione e che esista una Grande Soluzione.

Lo abbiamo già visto un mese fa dopo l’elezione di Donald Trump. Dal giorno dopo le elezioni hanno cominciato a fioccare Grandi Spiegazioni dell’evento incredibile che era appena successo – il razzismo, il sessismo, la demagogia, la globalizzazione, l’imbarbarimento dell’America, il disagio della classe operaia abbandonata dalla sinistra – e  altrettante Grandi Soluzioni, ciascuna delle quali provava ad affrontare e rimuovere quell’unico fattore decisivo che si usava, di volta in volta, come capro espiatorio per il disastro elettorale. Ci si dimenticava, però, che il popolo aveva votato in maggioranza per Hillary Clinton (ad oggi siamo a circa due milioni e mezzo di voti in più) e che negli stati determinanti i voti decisivi per Trump erano stati poco più di 100.000 su un totale di quasi 130 milioni di votanti. Il popolo, insomma, non ha voluto Trump. Più semplicemente, gli imperfetti meccanismi elettorali con cui prendiamo queste grandi decisioni si sono mossi, di poco, in un senso invece che in un altro. E, probabilmente, tanti piccoli e grandi fattori hanno tirato qualcuno da una parte e qualcun altro da un’altra parte, finché l’equilibrio artificiale imposto da una tra le tanti possibili leggi elettorali si è assestato in quel punto preciso.

Nel caso del referendum costituzionale lo scarto è invece netto e ampio: tra i favorevoli e i contrari alla riforma ci sono quasi venti punti percentuali di distacco.Non abbiamo alcun dato, però, per dire che il popolo ha un comune sentire sulla Costituzione. In realtà, non abbiamo dati neppure per accomunare i favorevoli e i contrari sotto due etichette omogenee e distinte. Anzi, sappiamo per certo che non è così. Tra quelli che hanno votato No pullulano idee diverse sul bicameralismo, sul quorum per i referendum, sui poteri delle regioni. Tra quelli che hanno votato Sì esistono le opinioni più disparate sul ruolo che dovrebbe avere il Senato, sulla parità di genere e sulla democrazia diretta.

La varietà del miscuglio aumenta a dismisura se ci spostiamo dall’oggetto del referendum ai Grandi Temi messi in mezzo dai commentatori per raccontare una suggestiva storia dell’Italia-di-oggi: Renzi, la legge elettorale, il liberismo, il populismo, gli immigrati, l’Europa, l’austerity, il coraggio di cambiare, la paura della conservazione, la Cultura, la resistenza partigiana, il fascismo, la pressione fiscale, e le ricette per aumentare la crescita economica. Su nessuna di queste cose il popolo si è espresso e nessuna opinione su una di queste cose, da sola, ha determinato l’esito del referendum. Da un miscuglio di idee sulla riforma costituzionale è necessario trarre una decisione unitaria, seppur con regole arbitrarie e artificiose. Non possiamo fare altrimenti. Non è affatto necessario però, né tantomeno legittimo, trarre conclusioni su alcun altro argomento, né costruirci sopra Storie Grandiose, Intenti Unitari e Grandi Motivazioni. Il popolo ha parlato, in un certo qual senso, ma ha detto pochissimo: molto meno di quel che pensate.

La verità del miscuglio impone una bella dose di umiltà: tutte le vittorie politiche sono fragili, contraddittorie e impermanenti. Certo: in politica ci sono avvenimenti che possono davvero alterare gli equilibri fondamentali per lungo tempo, nel bene o nel male. Ma per il resto i ribaltamenti della società sono un’illusione ottica. Comunque la pensiate sui più svariati argomenti tirati in ballo nelle analisi del voto, sappiate che decine di milioni di persone la pensano in modo diverso. E queste persone saranno ancora lì, domani e dopodomani e il giorno dopo ancora, e sarà meglio che troviate un modo per convivere con loro senza grossi traumi. Alla fine, il populismo è proprio questo: fingere che il popolo sia un tutt’uno e pretendere di interpretarne la volontà. Rompere quest’illusione e riconoscere il miscuglio non è però un modo per predicare il caos o autorizzare l’isolamento egoistico dalla società. Al contrario, riconoscere il miscuglio significa accettare la complessità e la differenza, e ricordarsi che, chiunque vinca, gli altri sono qui per restare.

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