La fatica di avere ragione

bankeiAvere ragione non è affatto facile. Non mi riferisco al fatto, piuttosto ovvio, che spesso sia difficile capire dove’è la ragione, riconoscerlo, e predicarlo. Qualsiasi persona di buon senso capisce che le cose della vita sono complicate, sfumate, ricche, e che ci vuole una certa dose di tempo, energia e buona volontà per provare a capirci qualcosa. Mi riferisco, invece, al fatto che sia estremamente difficile, una volta capito da che parte sta la ragione, mettersi proprio da quella parte là; e restarci.

Non è necessario, certo, essere bravi ad avere ragione. La ragione è tale a prescindere dall’irragionevolezza di chi la predica. Tecnicamente parlando, la ragione non ha bisogno di ambasciatori credibili, e neppure razionali. Lei è, per definizione, la cosa giusta. La ragione può permettersi di stare in bocca a cialtroni e impresentabili, ottusi e delinquenti. La sua oggettiva esattezza non si cura di vizi e virtù di chicchessia. Così Barack Obama può dire enormi sciocchezze, e il vostro compagno delle medie grillino azzeccare un giudizio politico su Facebook. Di queste quisquilie umane la ragione non sa che farsene.

Per noi mortali, però, avere ragione è un compito, non un risultato: una volta finiti dalla parte della ragione, restarci è un esercizio difficilissimo. Chi s’accapiglia per prevalere in una discussione non capisce l’inutilità dell’ottenere ragione. Vincere o convincere, infatti, non sono la stessa cosa di essere nel giusto. Il mondo è pieno di torti marci presi per buoni: Trump è Presidente, Grillo può arrivare a governare l’Italia, in miliardi muoiono per il fatto di essere nati in un posto al di là o al di qua di un qualche segno geografico artificiale. Siamo irrazionali e irragionevoli, le emozioni ci motivano più dei buoni argomenti, le belle storie ci regalano più senso dei fatti esatti. Per noi umani l’esempio conta, l’incoerenza è fastidiosa, la credibilità è preziosa. Ecco perché avere ragione è un duro lavoro: bisogna meritarsi ogni giorno quel posto.

Sugli immigrati Trump ha torto; e ha torto il Movimento 5 Stelle sull’amministrazione di Roma, il rapporto coi fatti e le notizie farlocche, la concezione della democrazia. Avere ragione, però, è un fardello: bisogna tenersela stretta, perché l’errore è sempre dietro l’angolo; bisogna praticarla, perché la fiducia degli altri è fragile; bisogna conquistarla là dove meno ci conviene, perché avere ragione per caso o per profitto non vizia la ragione ma vizia noi e la forza del nostro esempio.

Se un tribunale spunta una vittoria contro il nazionalismo bigotto di Trump con argomenti dubbi, la ragione che quei giudici hanno contro il provvedimento di Trump è malservita. Se i giornali italiani si affrettano a trarre conclusioni sbagliate e grossolane per criticare Raggi e il M5S, le ragioni di quei giornalisti contro le scelte caotiche e sbagliate del Sindaco di Roma sono seppellite. È la solita storia: la via giudiziaria contro Berlusconi, l’uso rilassato degli executive orders di Obama contro l’ostruzionismo repubblicano, il taglio delle poltrone contro il bicameralismo perfetto. La ragione se ne infischia, certo, dei suoi maldestri testimonial. Ma noi no, non ce lo possiamo permettere: perché lo scopo del gioco non è avere ragione ma avercela in tanti.

Allora mollate i giornalisti superficiali e scorretti, mollate i nemici dei vostri nemici che non sono vostri amici, mollate i mezzi storti per i fini dritti, mollate la vittoria in battaglia che compromette la guerra, mollate chi spreca la ragione che gli è capitato di avere, e mollate chi vi dà ragione senza averne. Accontentatevi di aver torto, che diavolo!, invece di insozzare la ragione che avevate. Se volete una storiella appagante, cercate su Netflix invece di rompere la palle a chi misura le proprie ragioni con pazienza. E non usate le nostre buone ragioni per le vostre porcherie: non sono per voi, ma per chi ancora non le ha.

 

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