I nasi turati e l’etica delle conseguenze

KarmaIl ballottaggio tra Le Pen e Macron ha riacceso il trito dibattito tra i tifosi del “meglio” e quelli del “meno peggio”. Il dibattito si fonda su un equivoco logico e grammaticale, e cioè che “meglio” e “meno peggio” non siano la medesima cosa, e gli iscritti delle due fazioni perdono tempo a parlare d’altro invece che concentrarsi sull’unica cosa su cui sono davvero in disaccordo: le conseguenze della loro scelta. Chi si astiene al ballottaggio francese decide, che gli piaccia o meno, che le conseguenze dell’astensione siano meglio, e quindi meno peggio, delle conseguenze del voto. Non c’è modo di alterare la matematica di questo confronto. La differenza sentimentale che si attribuisce alle due espressioni – “meglio” e “meno peggio” – dipende dalla soglia ideale che ciascuno di noi accetta come soddisfacente. Tecnicamente, rispetto all’inesistente candidato ideale, qualsiasi candidato che ci piace sarà sempre peggiore e dunque il nostro preferito del mucchio sarà sempre, per definizione, il “meno peggio”. Eppure ci sono candidati “meno peggio” che ci sentiamo di promuovere a “meglio”, perché superano una certa soglia che in quel momento ci pare adeguata. È una promozione contraria alla grammatica e alla logica, sia chiaro, ma che serve a esprimere qualcosa non soltanto sulle nostre preferenze relative ma anche su quelle assolute. Dire “meglio” invece che “meno peggio” è un po’ come dire “è il meno peggio e mi dà anche soddisfazione”. Dire semplicemente “meno peggio” significa omettere la parte sulla soddisfazione, perché la soddisfazione non c’è o non è granché. Ma dal punto di vista del confronto tra i candidati non cambia nulla: il meglio è sempre, immancabilmente, il meno peggio.

Chiarito questo equivoco, il discorso dovrebbe spostarsi sul perché e il percome Tizio sia meglio (o meno peggio) di Caia, o se invece sia vero il contrario, o se invece ancora sia meglio non andare proprio a votare. Invece in tanti rimangono intrappolati nell’equivoco e si mettono a dibattere di un problema inesistente, come se ci fossero due diverse filosofie e logiche del voto e della vita – votare per il meglio o votare per il meno peggio. Questo dibattito è fuorviante. Quello di cui gli insoddisfatti vorrebbero dibattere è, invece, se la strategia più efficace per avere candidati soddisfacenti in futuro sia invece quella di punire oggi i candidati migliori, ma non abbastanza buoni, per stimolare tutti a darsi da fare di più.

Questa questione si risolve sempre e comunque con la logica delle conseguenze. Non ha niente a che fare col “meglio” vs il “meno peggio”. Non è un sottrarsi, come scrive oggi Luca Sofri al “ricatto morale delle conseguenze”. È invece esattamente uno dei modi in cui ci si pone il problema delle conseguenze.

Scrive Sofri che

La logica del “meno peggio”, il ricatto morale sulle conseguenze, l’adattarsi a un’offerta scarsa, sono da sempre l’arma vincente delle politiche povere, pigre, mediocri, e delle scelte di persone inadeguate e indigeste.

La verità, però, è che l’etica delle conseguenze è l’unica possibile, e l’unica alternativa ad adattarsi a un’offerta scarsa è inventare un’offerta nuova e migliore, non astenersi. L’astensione fa parte di quella medesima offerta scarsa e se la si sceglie è solo perché la si ritiene meglio, o meno peggio, delle altre opzioni. L’astensione non risponde a una logica diversa, più nobile, o metafisica, svincolata dal ricatto delle conseguenze o dall’adattarsi all’offerta. L’astensione fa parte delle opzioni disponibili, esattamente come Le Pen e Macron; l’astensione ha delle conseguenze, esattamente come il voto a Le Pen o a Macron; e queste conseguenze esercitano su di noi lo stesso potere delle conseguenze che derivano da votare per Le Pen o per Macron. Se penso che la vittoria di Le Pen oggi stimoli nel lungo periodo la produzione di idee o candidati migliori e penso che questo beneficio atteso sia migliore del danno di una presidenza Le Pen, faccio bene ad astenermi. Ma lo faccio seguendo la stessa matematica delle conseguenze che a qualcuno sembra un “ricatto morale”. Non ci sono infatti altri criteri.

I tifosi del “meglio” ci ricordano una buona cosa: punire i migliori può servire a farli migliorare ancor di più. Non è una banalità, e l’astensione è un’opzione utile tra quelle a disposizione degli elettori. Bisogna ricordarsi, però, che l’astensione non risponde a logiche diverse da quella del “voto utile”. È sempre, in ogni caso, una questione di aritmetica del rischio. Se ti astieni non stai deviando dalla logica delle conseguenze e del meno peggio, non ti stai liberando da “ricatti morali” o pigrizie, non ti stai svincolando dalla grigia contabilità del male minore. Stai solo concludendo che le conseguenze dell’astensione sono meglio, o meno peggio, della vittoria del miglior candidato. Che il male minore, in questo caso, è proprio non votare. Scegli il “meno peggio”, insomma, come tutti noialtri.

È di questo che si dovrebbe discutere – quali sono le conseguenze meno peggio – e non di un’inesistente disaccordo filosofico sul voto. Tutte le azioni hanno conseguenze, anche l’inazione. Karma is a bitch.

 

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