Tutte le cattive emozioni costituzionali

Trump, i coyote mutanti e la battaglia per la nostra attenzione

coyote_acmeDonald Trump e le donne seminude sulla homepage del Corriere.it hanno una causa comune. Chiunque voglia ottenere la nostra attenzione deve competere con dozzine di altri stimoli, messaggi, attività. La voglia e il tempo che abbiamo per informarci sono risorse scarse, e l’odierno brulicare di potenziali distrazioni fa della nostra attenzione un bene notevolmente più prezioso di quanto lo fosse un tempo. Con una posta in gioco più alta, la concorrenza diventa più agguerrita. Il prodotto, però, non diventa necessariamente migliore. L’idea che i lettori preferiscano la qualità al cazzeggio, all’indignazione, alle donnine svestite e agli animali buffi è un mito. La maggior parte dei lettori online non finisce l’articolo che ha cominciato a leggere, e una grossa fetta lo abbandona già dalle prime righe. I video buffi e le notizie sceme tirano più click delle analisi sulla legge di bilancio. E, diciamocelo, quanti di voi hanno seguito le gesta di Mitt Romney nella campagna elettorale presidenziale di quattro anni fa e quanti invece hanno letto più di un pezzo, o guardato un video, su Trump? Anche quelli più informati tra voi farebbero fatica a citare una proposta politica di Hillary Clinton, ma in molti sappiamo che Trump vuole costruire un muro tra gli USA e il Messico. Come mai? Perché una scemenza esagerata, proprio come quel video che avete guardato stamattina appena arrivati in ufficio. Del resto, sappiatelo: l’articolo online più letto dell’Economist l’anno scorso (e dico l’Economist, eh) parlava di lupi, cani e coyote che si accoppiano tra di loro dando vita a una specie mutante.

In politica le cose stanno peggio che in altri settori. Certo: se il consumatore medio vuole robe leggere, sceme o divertenti (e molti tra i più esigenti sono consumatori medi almeno per una parte della loro giornata), altri vogliono capire le cose per davvero, approfondire, imparare. A questa domanda di nicchia rispondono prodotti di nicchia, che fanno spesso fatica a resistere, ma a certe condizioni ce la fanno. Ma in un sistema politico dove il vincitore si prende tutto, le nicchie non hanno senso di esistere. Si sta o di qua o di là, l’offerta non può frammentarsi perché l’unico scopo del gioco è aggregare quanta più gente possibile. Per sopravvivere bisogna essere più mainstream del mainstream. Le elezioni presidenziali americane, ad esempio, funzionano così. Solo un candidato diventa presidente, e per vincere basta prendere un voto in più degli avversari.

Funziona così anche il referendum costituzionale di dicembre: non c’è quorum, ci sono solo due possibili risposte. Basta un voto in più, di qua o di là, e vi svegliate con una Costituzione che è in un modo o in un altro. Verrebbe da pensare che la Costituzione, e il dibattito pubblico sulla sua modifica, appartengano al regno delle cose sobrie e serie, quello dei libri di diritto costituzionale, dei ragionamenti articolati o, quantomeno, degli articoli dell’Economist. Invece, a sentire i partigiani delle due fazioni, siamo più dalle parti dell’home page del Corriere della Sera (tra i dieci articoli più letti del Corriere online questo mese non c’è una sola notizia importante: una vita su Instagram tra feste e alcol, Simona Ventura che fa causa a della gente, Grande Fratello VIP, una povera ragazza che muore facendosi un selfie su una bici). Per convincere la gente ad andare a votare, e a votare in un senso o nell’altro, bisogna ingaggiare una battaglia potente contro disattenzione, pigrizia, scarso interesse per le questioni complicate. Serve una grande opera di persuasione.

Come eccitare le folle con Aristotele

xkcd-end-is-not-for-a-whileAristotele spiegava che la persuasione può avvenire in tre modi: col logos, cioè facendo uso di argomenti razionali che riguardano il merito della questione; con l’ethos, cioè facendo appello al carattere, alla qualità e alla credibilità dell’oratore; e col pathos, cioè suscitando l’emozione del pubblico.

Le opzioni a disposizione dei tifosi del Sì e del No devono fare però i conti con una situazione complicata. L’ethos dei politici ha uno scarsissimo appeal, di questi tempi, a prescindere dal partito. I Cinquestelle possono ancora contare, tra i loro elettori e simpatizzanti, su un ampio credito di fiducia. Ma non è abbastanza. Renzi gode della simpatia di alcuni. Ma non è abbastanza (se ne è accorto lui stesso a un certo punto della campagna). Per quanto riguarda il logos, poi, si sa che ragionare nel merito è la scelta più faticosa. Il problema di questa riforma è che si occupa di questioni piuttosto tecniche. Le costituzioni sono piene di cose importanti e nobili, certo, e parecchi dibattiti costituzionali riguardano questioni cruciali per la cultura e i valori di un paese. Ma non è questo il caso: che il Senato abbia un veto su tutte le leggi o solo su alcune, e a certe condizioni, è una questione interessante ma di dettaglio. Le soluzioni a confronto hanno pregi e difetti, e misurare il saldo positivo o negativo degli uni sugli altri è un esercizio difficile e sottile. Insomma, il logos si muove a fatica, nell’incertezza, finendo per propendere lievemente per il sì o lievemente per il no, senza che nobili principi vengano compromessi in alcun caso. Non proprio la situazione ideale per acchiappare l’attenzione di milioni di elettori.

Non resta che il pathos, dunque. Cioè fare appello alle emozioni dei cittadini. Le emozioni modificano il nostro giudizio, era chiaro già in Grecia duemila e quattrocento anni fa. Quando uno si sente amichevole e calmo, dice Aristotele, si forma un’opinione; quando si sente arrabbiato o ostile si forma un’opinione completamente diversa o la stessa ma con diversa intensità.  Ma che emozioni può suscitare il fatto che sulle professioni e sui porti Stato e Regioni non avranno più una competenza concorrente ma deciderà solo lo Stato? Certo, la contrapposizione tra centralismo e federalismo in passato ha creato parecchia agitazione. Ma evidentemente non è più un argomento alla  moda, o quantomeno non è abbastanza eccitante da distogliere gli italiani da occupazioni più divertenti. Del resto quando il federalismo era trendy la vita era parecchio più noiosa, non c’erano né Facebook né l’iPhone: capitava pure che, per ammazzare il tempo, ci si potesse accalorare sulle competenze legislative della Liguria.

Pensate ai grandi dibattiti costituzionali che in questi mesi sono stati spesso al centro della campagna elettorale americana: l’aborto, il matrimonio gay, il diritto delle società commerciali di fare donazioni ai candidati politici, il diritto a portare armi da fuoco. Sono questioni che chiamano in causa alcune delle convinzioni più profonde e delicate di una società, e che muovono grandi passioni oltre che valutazioni difficili. Che il CNEL esista o meno, oppure che i Senatori siano eletti dai cittadini o dal Consiglio Regionale sulla base dell’indicazione dei cittadini, non sono poi questioni così coinvolgenti. Che fare dunque se il pathos è la strada obbligata per il marketing referendario, ma le questioni in gioco non suscitano grandi sentimenti? La risposta la sapete già e l’avete da settimane davanti agli occhi: esagerare a dismisura.

Hit parade delle cattive emozioni costituzionali

Ecco quindi la classifica a rovescio, dalla meno grave alla più grave, delle cattive emozioni messe in circolo per questo referendum.

il_mago10. L’IRREQUIETEZZA
Renzi e il fronte del Sì sono per il cambiamento. Come dice la signora dello spot (facilmente preso in giro da quelli di Gazebo), “se voti No, non cambia niente”. Che è un dato di fatto innegabile, per quanto riguarda la Costituzione. Razionalmente, però, è una sciocchezza. Cambiare è bene solo se si cambia per il meglio. Esistono anche, come sanno tutti, i cambiamenti in peggio. Lo scontento automatico di tutti per come vanno le cose in politica induce a pensare che un cambiamento non può che essere un cambiamento positivo. Ma ovviamente non è detto che sia così. L’irrequietezza, il provarci, il mettersi in gioco – emozioni di cui Matteo Renzi ha fatto un brand – non sono emozioni di per sé cattive. Anzi. Il progresso, i buoni progetti, i grandi miglioramenti di una società (ma anche della vita personale) hanno bisogno di energia, intraprendenza e, sì, irrequietezza. Ma il cambiamento fine a se stesso è uno specchietto per le allodole e un trucco del pathos. Il più blando e innocuo, tra quelli usati in questa campagna elettorale, ma pur sempre un trucco.

9. L’ESASPERAZIONE0-il-matto
Quando non ci si mette d’accordo, è forte la tentazione di forzare una decisione. Purché si decida, insomma, purché si faccia presto. La gente si stufa dell’inefficienza, dei tempi lunghi, delle perdite di tempo. Cavalcando questa emozione, i sostenitori del Sì se la prendono coll’esasperante ping pong delle leggi tra Camera e Senato. Ma davvero l’Italia ha bisogno di più leggi, approvate più velocemente? Probabilmente no, anche se è vero che l’attuale bicameralismo paritario è una duplicazione di funzioni di scarsa utilità. Una democrazia che sappia decidere è una cosa buona, ma l’esasperazione per i tempi di approvazione delle leggi è un’emozione esagerata e in parte fuorviante.

tarocchi-la-ruota8. L’INSICUREZZA
I sostenitori del No sono molto più rumorosi di quelli del Sì. Verrebbe da pensare che quelli per il Sì sono una maggioranza (o quasi maggioranza, vedremo) silenziosa: meno convinti delle proprie ragioni, meno propensi alle esternazioni pubbliche, meno accalorati. Una delle emozioni più diffuse tra loro è probabilmente l’insicurezza: temono che il fallimento della riforma, e quindi del Governo Renzi, farà tornare l’Italia nel periodo di instabilità e incertezza e traballamento finanziario da cui avevamo cominciato a venir fuori. C’è da dire che la campagna del Sì non gioca moltissimo su questo tema, per questioni tattiche. E forse c’è del vero in questo timore dell’instabilità. In ogni caso è probabilmente un sentimento esagerato.

7. Il DISPETTOeremita-tarocchi
Chi ha un bambino piccolo sa che a volte una richiesta è solo uno strumento per richiamare l’attenzione, protestare, ricordare al mondo la propria presenza. In quel caso, soddisfare quella richiesta dando al bambino la cosa che chiede non è una soluzione. Perché chiederà una cosa ancora migliore, e poi ancora e poi ancora. Non vuole davvero quella cosa, intendiamoci. Vuole solo dire “Ehi, eccomi, sono qui”. E’ una cosa normale, anche se a volte fa spazientire i genitori. Ma quando adulti pagati per trovare soluzioni ai problemi fanno la stessa cosa, e aizzano gli elettori a comportarsi allo stesso modo dei bambini, abbiamo un problema grosso. Tutti le leggi sono imperfette. Le leggi elettorali, o le regole del bicameralismo, hanno pregi e difetti. La sinistra del PD ha avanzato richieste, fatto negoziati interni, ottenuto modifiche. E ogni volta ha ricominciato a chiedere una cosa in più. Non è uno spettacolo piacevole.

206. IL FASTIDIO
Il dibattito pubblico è infestato dal fastidio per l’interlocutore. Secondo questa malattia della logica, una cosa non è mai buona o cattiva di per sé, ma solo se proviene da una persona che ci piace o ci dispiace, solo se avvantaggia una categoria che ci fa simpatia o che ci infastidisce. Anche la campagna per il referendum ovviamente trabocca di fastidio. Fastidio per i politici, che è sempre bene “mandare a casa” in numero adeguato. Fastidio per i professori, che sono staccati dalla realtà e non capiscono cosa è bene per la gente comune. Fastidio per la burocrazia, le élite, le clausole lunghe (“L’art. 70 passa da 9 a 439 parole!!!”), i consiglieri regionali,  le banche, la finanza, le giovani donne ministro. Il fastidio è così onnipresente nelle parole e nei pensieri di tutti che la riforma si perde del tutto di vista. La sfida è diventata una sfida tra persone, non tra proposte.

la_luna5. LA MALAFEDE
La campagna per il No invita a non fidarsi delle ragioni del Sì. Dicono: l’elezione indiretta dei Senatori non serve a rappresentare gli enti territoriali, ma a regalare l’immunità a 95 politici locali! E i referendum propositivi, che prima non c’erano, non sono forse un rafforzamento della democrazia diretta? Dicono: è solo un trucco, poi non saranno attuati, non li vogliono davvero! Se si spinge sul pedale della sfiducia e si presume la malafede di tutti gli altri, senza mostrarne le prove, nessuna discussione nel merito può mai funzionare. E’ vero che una riforma costituzionale è più forte se raccoglie il consenso di più forze politiche, ma in una società in cui non c’è la minima fiducia tra gli avversari politici il largo consenso è impossibile. Prima ancora delle regole istituzionali ed elettorali, una democrazia funzionante ha bisogno di un minimo livello di fiducia e buona fede nel dibattito. Gridare alla malafede altrui senza prove (o darsi alla malafede in prima persona, con argomenti che non hanno nulla a che vedere con la riforma) impedisce una discussione corretta.

l_appeso4. IL SOSPETTO
In un crescendo di sentimenti tossici, l’emozione più vicina alla precedente è il sospetto, la sindrome paranoica, la teoria della cospirazione. In questo eccellono quelli del M5S. Chi c’è davvero dietro la riforma? Ovvio: le banche, la grande finanza, i grandi manager, l’uomo nero. Malvagi che voglionoistruggerci. La cultura del sospetto e della paranoia non ha nulla a che vedere con una discussione oggettiva. Quando si è paranoici, si nega anche l’evidenza. Così se si è andato predicando che quello di Monti era il governo delle banche e della finanza e poi si scopre che Monti vota No al referendum, basta trovare un altro cattivo – su un manifesto per il No c’è il disegno di Marchionne – e la propria teoria paranoica resta intatta. Se il nostro interlocutore è coinvolto in una cospirazione, potrà mai valutare obiettivamente i fatti o gli argomenti che gli proponiamo? No, ovviamente. La mentalità paranoica e sospettosa incattivisce, e impedisce di cambiare idea e di farla cambiare agli altri. La discussione è inquinata alla base e qualsiasi progresso diventa impossibile.

16-la-torre3. IL DISPREZZO
Facciamo quest’ipotesi, che credo sia un’ottima approssimazione della realtà: “La riforma costituzionale non risolverà i problemi importanti dell’Italia, né ne creerà di nuovi. Non renderà le leggi sensibilmente migliori né peggiori. Non ci porterà fuori dalla crisi, né ci farà piombare nel baratro. Ha dei pregi e dei difetti, e il bilancio finale, in misura non enorme è a favore dei…”. Completatela come preferite, il punto non cambia. Se si ragiona così, il proponente dell’opinione opposta (del PD o del M5S, professore o analfabeta, ricco o povero) sarà semplicemente uno che – a vostro avviso – sbaglia. Non uno sbaglio enorme, forse. Ma sbaglia. O magari difende interessi che voi credete siano subordinati a interessi più importanti. In entrambi i casi, la circostanza merita poco pathos. E forse lo scarso interesse dei più. Per creare una folla di oppositori agguerriti l’errore non basta, la differenza di opinione è un nonnulla. Ci vuole il disprezzo. L’avversario è un corrotto, un venduto, un idiota, un servo del potere. Si usano nomignoli, si parla di “schiforma”, e qualsiasi persona esprima un’opinione contraria (come Roberto Benigni, che si è detto favorevole al Sì) o si faccia persino vedere vicino a un avversario (come Beatrice Vio, ospite di Renzi alla cena di stato alla Casa Bianca) diventa il bersaglio di offese e odio, un nemico da distruggere. Qui siamo al fondo del barile.

il-diavolo-tarocchi-arcani-maggiori2. LA RABBIA
Ma sono due le emozioni più basiche da cui sgorga il disprezzo per gli altri. La prima è la rabbia. Una rabbia alimentata dall’evocazione di nemici ingigantiti o del tutto inventati. Qualsiasi cosa – qualsiasi – diventa motivo di indignazione così feroce da far desiderare una reazione estrema, distruttiva. La rabbia acceca, è impossibile ragionare con qualcuno arrabbiato. Qualsiasi fatto o argomento non potrà nulla. La rabbia non vuole verità o ragionevolezza, ma solo sfogo. Persino una normale cena di stato, un evento a cui un capo di governo è tenuto a partecipare per gestire i buoni rapporti con gli Stati Uniti, diventa l’occasione per invidia, rabbia e odio. Leggete queste parole dal blog di Grillo “Oggi negli Stati Uniti è arrivato Renzi, accolto da star con tappeto rosso, rullo di tamburi e inni nazionali. Questa sera sarà ospitato a cena da Obama dove mangerà agnolotti e braciole di maiale in pregiati piatti di porcellana nel giardino sud della Casa Bianca, sotto una tensostruttura decorata con lampadari, bicchieri di vetro fatti a mano, sottopiatti in stile fiorentino con decorazioni in oro, e con composizioni floreali che creeranno un`atmosfera rinascimentale”. E prosegue con questo tono, per aizzare le più basse emozioni dei lettori. Non c’è un solo argomento nel merito dei rapporti tra Italia e USA, ad esempio, o sulla riforma costituzionale. Ma conclude “Il 4 dicembre è vicino”.

la_morte1. IL TERRORE
L’altra fonte, forse la principale, di tutti i peggiori sentimenti politici del momento è il terrore. Evocare conseguenze catastrofiche, devastanti, irreversibile. Spaventare tutti, il più possibile. Ma che male potrà mai fare una clausola malfatta su una competenza regionale? Forse è una ragione per bocciare la riforma, forse no, ma insomma, non sarà questo grande dramma. E invece no. Dietro l’angolo ci sono l’eversione, la deriva autoritaria, la fine della democrazia. Ma ci sono anche (cito da alcuni volantini del Comitato per il No): la “facile entrata in guerra”, tangenti, devastazione del territorio, “privatizzazioni selvagge”. Se passa il Sì (cito sempre da alcuni volantini del Comitato per il No), “il diritto a una pensione dignitosa verrà cancellato”. Sono preoccupazioni fondate? Ovviamente no, la riforma non ha nulla a che vedere con queste cose. Sono modi per creare terrore. La cosa più deprimente è che il Presidente del Comitato che stampa questi volantini è Gustavo Zagrebelsky.

Votate come vi pare, ma votate senza cattivi sentimenti.

 

 

Come essere buoni

ClintState passeggiando in campagna. Passate lungo un torrente e vi accorgete che un bambino di due anni è a testa in giù nell’acqua: sta annegando. L’acqua è bassa, potete salvare il bambino inzuppandovi i jeans fino a metà polpaccio. Pensate sia giusto salvarlo?

Questa domanda appare nel 1972 in un articolo scritto da uno studente di dottorato in filosofia, tale Peter Singer. Si intitola Famine, Affluence and Morality. Sono una dozzina di pagine che si leggono abbastanza in fretta. Da pochi mesi è stato ripubblicato assieme ad altri brevi articoli di Singer (che nel frattempo è diventato uno dei più importanti filosofi viventi) e una prefazione di Bill e Melinda Gates. (Ma su internet si trova gratis).

Il caso del bambino che annega nel torrente non è un gran dilemma morale. Quasi tutti noi – mi verrebbe da dire semplicemente tutti – sceglieremmo di inzupparci i jeans fino al polpaccio e salvare il bambino. Lo faremmo perché il sacrificio sofferto (il fastidio di inzupparsi i jeans) è una cosa ridicola rispetto al beneficio che potremmo dare a un’altra persona (salvare la vita del bambino). Da questo esempio si potrebbe tirare fuori una specie di principio, e Singer lo fa. Il principio è grossomodo questo: dovremmo impedire che accada qualcosa di male a qualcuno se per far ciò non ci tocca sacrificare nulla di comparabilmente importante. I jeans inzuppati non sono certamente importanti – neppure lontanamente – quanto la vita di un bambino. Per questo è giusto inzupparseli e salvare il bambino.

Tutto sommato sembra un principio ragionevole. In realtà però è un principio così radicale che, se lo seguissimo per davvero, sconvolgerebbe del tutto il modo in cui giudichiamo e facciamo le cose. Se poteste salvare la vita di un bambino spendendo 5 euro, lo fareste? Pensate che sia giusto farlo? Be’, l’esempio è simile a quello del torrente. Penseremmo di sì, certo, che è giusto spendere i 5 euro per salvare la vita di un bambino. E se vedessimo qualcuno che si rifiuta di dare i 5 euro e lascia morire il bambino – qualcuno che ha una casa e uno stipendio e dei vestiti nuovi addosso e una vita relativamente comoda, per cui 5 euro non sono un granché – come lo giudicheremmo? Male, verosimilmente.

Eppure è quello che facciamo ogni giorno. Se accettiamo il principio che abbiamo detto – cioè che dovremmo impedire che accada qualcosa di male a qualcuno se per far ciò non ci tocca sacrificare nulla di comparabilmente importante – le nostre vite ci sembreranno immediatamente mostruose. Perché quasi tutte le “esigenze” che soddisfiamo durante la giornata sono assolutamente ridicole rispetto alle sofferenze terribili che potremmo invece alleviare. Il Bloody Mary che avete ordinato all’ultimo aperitivo ha tolto circa un mese di vita a un bambino in Africa. Detta così, sembra una provocazione per stupire i benpensanti, ma è semplice matematica. In certe parti del mondo, la malaria uccide circa un milione di persone l’anno. Ci sono tende trattate con l’insetticida che sono un metodo di prevenzione molto efficace. Una tenda costa 5 dollari e 31 centesimi, meno del vostro Bloody Mary, e tiene lontano il contagio per alcune settimane. È stato calcolato che servono circa 2.838 dollari per salvare la vita di un bambino con queste tende. Un Bloody Mary equivale forse a 3 settimane o un mese di vita per un bambino da qualche parte dell’Africa. Se ordinate il cocktail invece di inviare quei sette o otto euro alla AMF (Against Malaria Foundation) fate una cosa sostanzialmente identica a lasciare annegare il bambino per non inzupparvi i jeans.

Moltissime persone ritengono che sia legittimo dare priorità ai propri interessi rispetto a quelli degli altri. Quasi tutti però crediamo che esista un limite oltre il quale preferire il proprio interesse a quello degli altri diventa inaccettabile o addirittura mostruoso. L’esempio del torrente rientra tra questi. Ma possiamo fare tanti altri esempi “estremi” in cui preferire un nostro interesse ci sembra incredibilmente sbagliato. Tutti saremmo d’accordo ad esempio nel dire che se vedo un passante che sta avendo un infarto e non chiamo l’ambulanza per non interrompere la mia partita di Angry Birds sull’iPhone, mi sto comportando molto male. Una volta però che passa il principio per cui, almeno oltre una certa misura, è giusto che l’interesse degli altri prevalga sul nostro, bisogna chiedersi se, nei vari casi che ci capitano ogni giorno, quella misura è oltrepassata oppure no.

Ma dove bisogna mettere l’asticella? È estremamente difficile stabilire in astratto questa misura, e non c’è accordo tra amici, tra cittadini di un paese, tra culture diverse e neppure tra filosofi. A un estremo c’è l’idea per cui dare preferenza ai propri interessi è sempre legittimo. Come abbiamo visto però, almeno in certi casi (ma i casi sono tanti, in realtà), ci sembra inaccettabile. All’altro estremo c’è l’idea opposta per cui l’interesse degli altri deve valere quanto il nostro. Se ci pensate, è anche quello che trovate nel Vangelo: ama il prossimo come te stesso. È una cosa enormemente faticosa, forse psicologicamente impossibile per la maggior parte degli esseri umani. Ci sembra così enorme che non perdiamo neppure tempo a rifletterci troppo su. Non crediamo che si possa davvero fare.

Ma tra il lasciare morire il bambino nel torrente e amare tutti come amiamo noi stessi c’è un range di possibilità gigantesco. Essere buoni, o fare la cosa giusta, va pensato come una scala graduata con miliardi di tacche. Non c’è il bene assoluto e il male assoluto, ci sono comportamenti un pochino migliori di altri e ce ne sono altri ancora che sono ancora meglio o un po’ peggio o molto peggio.

Essere più buoni significa spostare anche solo di una tacca alcune delle nostre scelte nella direzione giusta. Siamo dei mostri per aver ordinato quel Bloody Mary? Forse no, ma un trasformiamo un Bloody Mary al mese in una vita salvata ci stiamo certamente comportando un po’ meglio. E se invece di comprare la macchina nuova mettiamo al sicuro dalla malaria dieci bambini per tutta la vita, ci stiamo comportando molto meglio. E se donassimo un rene per uno sconosciuto? O vendessimo la casa dei nonni per salvare la vita a 100 bambini? Il fatto che alcune di queste scelte siano troppo per quel che sentiamo di poter fare non vuol dire che non possiamo spostarci di qualche tacca sulla linea del fare bene, senza sforzi sovrumani. Anche evitare di reclinare il sedile dell’aereo per stare un po’ più comodi (facendo stare meno comodo chi è seduto dietro) è una tacca nella direzione giusta.

Con Natale e il nuovo anno siamo sempre pieni di buoni propositi. In genere sono propositi che riguardano il nostro benessere (perdere peso, andare in palestra, concedersi un viaggetto, dedicare più tempo ai libri o al teatro). Ecco, lo so che è un pensiero che non s’addice alle feste, ma come nuovo proposito potremmo aggiungere quello di lasciar morire qualche bambino in meno.

 

Prendere i credenti sul serio

SouthGira una storia in questi giorni su cui si sono lanciati subito i demagoghi di ogni colore. A Rozzano, poco fuori Milano, un preside avrebbe provato a “cancellare il Natale”, trasformando la festa natalizia in cui si canta “Tu scendi dalle stelle” in una asettica festa d’inverno senza simboli religiosi. Com’è usuale, i giornali hanno raccontato questa storia in modo grossolano e sensazionalistico, i politici si sono sentiti in dovere di commentare a sproposito, alcuni di urlare e manifestare, e il tutto è finito nella solita cagnara insopportabile in cui nulla è chiaro, e capirci qualcosa è una fatica che scoraggia comprensibilmente la maggior parte delle persone ragionevoli.

La cosa più interessante, però, è il tipo di argomenti usati da alcuni tra quelli che difendono l’allestimento del presepe in una scuola pubblica. Un esemplare perfetto di questo tipo di commento è L’amaca di Michele Serra del 29 novembre. Per Serra rinunciare al presepe e ai canti natalizi è sbagliato perché significa tradire “usanze profondamente radicate anche tra gli italiani laici”. Lasciando perdere i tanti altri passaggi problematici del commento di Serra, l’idea della difesa della tradizione è incredibilmente sballata. Innanzitutto, usanze profondamente radicate possono benissimo essere anche profondamente sbagliate. Non c’è certo bisogno di fare una lista per accorgersi di quante usanze assurde e inaccettabili ci siamo tramandati di nonna in nipote e abbiamo infine abbandonato senza pensare di tradire così la nostra essenza più profonda. Che una cosa faccia parte della “tradizione” non vuol dire affatto che sia necessariamente una cosa buona. Questo è proprio l’abbiccì dell’Illuminismo ed è scoraggiante che uno come Serra non se ne renda conto.

Ma la cosa più assurda del pezzo di Serra è quella di considerare la religione come un fatto puramente decorativo e non, come invece è, una cosa parecchio importante. Credere in un Dio onnipotente, onnisciente e misericordioso; credere nella sua incarnazione, storicamente avvenuta in un momento e in un luogo preciso; credere all’insegnamento di Gesù: sono tutte cose sostanziali che hanno conseguenze molto significative per la vita dei credenti. È vero che la stragrande maggioranza di chi si dice cattolico non pratica davvero la religione. Ma anche un rapporto superficiale con alcune idee religiose ha conseguenze sulla vita delle persone, in privato e in pubblico. Per i veri credenti, poi, le conseguenze sono grandi. “Tu scendi dalle stelle” non è un semplice motivetto mandato a memoria, e il presepe non è una semplice decorazione festiva. Per i veri credenti, che Gesù bambino sia l’incarnazione di Dio, creatore del mondo, Re del Cielo, destinato a immolarsi per la salvezza degli uomini, sono fatti veri e precisi. E da questi fatti discendono indicazioni specifiche su come è meglio comportarsi, su come impostare la propria vita. Negare questi effetti significa prendere i credenti poco sul serio.

Che la religione sia innanzitutto un insieme di credenze su fatti e idee molto precise e molto importanti è una cosa che viene spesso tralasciata da chi discute di presepi, tolleranza, Islam o altre questioni d’attualità. Serra e chi la pensa come lui, nel difendere presepe e canti religiosi, non prendono sul serio il significato di queste pratiche, ma riducono il tutto a un’usanza, un’abitudine, un mero simbolo che non nasconde nessuna idea significativa ma che, con un paradosso inspiegabile, è comunque essenziale.

Ridurre il presepe a un fatto puramente tradizionale, oltre a non giustificare per nulla le conclusioni che vorrebbe trarre Serra, significa o sminuire il cattolicesimo o sminuire il carattere laico della scuola pubblica. Se si fa lo sforzo di prendere i credenti sul serio, se si riconosce alle idee religiose la dignità delle idee importanti invece che relegarle al ruolo marginale delle decorazioni innocue, allora è inevitabile ed essenziale che queste idee siano lasciate fuori dallo spazio istituzionale della scuola laica.

È paradossale, invece, che anche molti credenti, pur di difendere il presepe nelle scuole, abbiano sposato la linea della tradizione culturale. Insomma, delle due l’una: o si tratta di mere tradizioni, ma allora non c’è scandalo nel cambiarle; o si tratta di riti religiosi sostanziali, ma allora non possono diventare un momento istituzionale nella scuola laica.

Serra scrive “Se un musulmano è ospite in casa mia non gli offro vino e carne di maiale; ma certo non nascondo il vino e i salami”. Giustissimo. Ma la scuola pubblica non è casa di Serra, né dei cattolici. La scuola pubblica è la casa di tutti. E un principio basilare così mainstream da risultare banale è che questa casa non ha alcuna religione ufficiale.

Il cortocircuito logico delle primarie milanesi

Catch“Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”. Questo è il famoso Catch 22, il codicillo militare che creava un circolo vizioso assurdo nel romanzo di Joseph Heller del 1961. Si tratta di una delle tante versioni di un paradosso logico che viene normalmente fatto risalire al filosofo cretese Epimenide. La versione di Epimenide era “I cretesi sono tutti bugiardi”. L’affermazione, in bocca a Epimenide, crea un paradosso. Infatti, se la frase è vera, Epimenide in quanto cretese è un bugiardo. Ma se Epimenide è un bugiardo, la frase non è vera. Ma se la frase non è vera, allora Epimenide non è bugiardo e dice la verità. Ma se Epimenide dice la verità, allora la frase è vera. Insomma, non se ne esce.

La stessa cosa succede in questi giorni ai tanti che provano a criticare l’intenzione di Giuseppe Sala – ex Commissario di Expo 2015 – di partecipare alle primarie democratiche per la successione a Giuliano Pisapia come sindaco di Milano. Sala gode apparentemente delle simpatie di Matteo Renzi e delle antipatie della sinistra del PD, che appoggia invece la candidatura di Pierfrancesco Majorino, oggi assessore della Giunta Pisapia. Sala è anche vicino a certi ambienti del centrodestra milanese ed è stato direttore generale del Comune quando era sindaco Letizia Moratti.

Questa vicinanza al centrodestra è una delle ragioni per cui la sinistra democratica guarda con grande sfavore alla candidatura di Sala. Sala, dicono, aprirebbe a un’alleanza con parte del centrodestra, come accade oggi nel parlamento nazionale. Al contrario, Majorino e i suoi sostenitori vogliono mantenere la coalizione con Sel e con quanto si muove a sinistra del PD. La sinistra PD per settimane ha temuto che Renzi volesse far convergere il partito su un candidato unico – Sala, appunto – per non fare le primarie. Ora invece pare che le primarie si faranno, ma la sinistra PD chiede che Sala smentisca di voler aprire a una coalizione col centrodestra, perché le primarie a Milano sarebbero “primarie del centrosinistra”.

Ma chi decide se e con chi ci si deve alleare? A sentire gli oppositori di Sala, le primarie sono il metodo migliore per decidere quale candidato presentare. Ma l’eventuale candidato Sala sembrerebbe, per storia personale e tendenze politiche, un moderato che punterebbe a un programma centrista e ai voti di moderati di centrodestra e centrosinistra. Ecco allora il catch 22: Sala può partecipare alle primarie, ma se partecipa alle primarie non può essere Sala – cioè non può proporre un programma che guarda al centro e anche agli elettori del centrodestra.

Come succede nel romanzo di Heller, non si può leggere questa tesi senza sorridere per il paradosso assurdo. Se le coalizioni e le strategie sono già definite, a che servono le primarie? Non so se voterei un candidato del PD che fosse alleato di Formigoni, Lupi e Comunione e Liberazione. Ma le primarie dovrebbero servire proprio a indirizzare il partito verso questa o quell’altra direzione. Se la direzione del partito (più a sinistra, più al centro, di qua o di là) si decide fuori dalle primarie, allora le primarie servono a ben poco.

La radice del cortocircuito logico nasce, ovviamente, dal fatto che in Italia le primarie vorrebbero essere delle primarie di coalizione e non di partito. L’idea è originale, perché in USA – patria delle primarie – non ci sono coalizioni, e sono i partiti a fare le primarie. Le differenze tra Hillary Clinton e Bernie Sanders ci sono – e forse sono più significative di quelle tra Sala e Majorino. Gli elettori delle primarie avranno la possibilità di dire la loro sulla direzione che dovrebbe prendere il Partito Democratico americano. I difensori delle primarie milanesi non vogliono invece che alle primarie si possa decidere il respiro complessivo del programma del PD ma solo variazioni o sfumature di un’alleanza comunque predeterminata e non modificabile. Questo però non ha senso: se SEL è un alleato certo e indiscutibile, allora SEL dovrebbe sciogliersi e confluire nel PD – e accettare Sala come candidato qualora dovesse vincere le primarie. Ma SEL non ha intenzione di fare nulla del genere.

Insomma, l’idea italiana delle primarie non è solo originale ma anche abbastanza strampalata. Se le coalizioni si formano sui programmi dei candidati e i candidati (e i loro programmi) sono scelti con le primarie, le coalizioni dovrebbero essere decise con le primarie. Ma se le primarie sono primarie di coalizione, allora le coalizioni non sono decise con le primarie.

Comunque la si giri, si finisce in un rompicapo logico. Per uscire dal cortocircuito bisognerebbe abbandonare l’idea delle coalizioni naturali. Del resto le primarie nascono in un sistema bipartitico, in cui un partito si candida a governare da solo. Insomma, la famigerata vocazione maggioritaria. Se si è a favore delle primarie, non si possono considerare le alleanze come dei dogmi indiscutibili. Le due cose possono stare assieme solo con una logica impazzita. Se vi piacciono le primarie, dovete farvi piacere anche l’idea che Sala possa candidarsi con un programma diverso da quello che piace a voi.

Il mito della purezza è cancerogeno

SafeLa storia della carne e del cancro non è difficilissima da capire. Basta spendere qualche decina di minuti a leggere qualche fonte seria e usare alcuni concetti base del programma di matematica della scuola media, come le percentuali. Se oggi ho un rischio del 5% di prendere il cancro al colon, mangiando salumi e würstel questo rischio sale quasi al 6% (cioè il 18% in più). Se, per svariati motivi, il mio rischio oggi è già al 10%, mangiando 50 grammi di affettati al giorno questo rischio sale quasi al 12%.

Eppure è un’impresa ottenere questa semplice notizia dai mezzi d’informazione italiani, lanciati con la bava alla bocca nel wrestling delle notizie esagerate. Lo IARC, l’agenzia dell’OMS per la ricerca sul cancro, dice che la carne lavorata è nella stessa categoria di cancerogeni del fumo e dell’alcol. Ciò vuol dire semplicemente che le prove scientifiche sul collegamento tra carne lavorata e cancro sono molto solide proprio come quelle sul legame tra fumo e cancro. Ma non vuol dire che le salsicce fanno male quanto le sigarette.

Anche questa è un’informazione piuttosto semplice, ma completamente stravolta nei titoli strillati dei nostri maggiori quotidiani.

Il problema però non è solo dei giornalisti. Difficile, certo, dire se è nato prima l’uovo o la gallina, ma leggere i commenti di lettori educati e ragionevoli è ancora più sconfortante. Nessuno si cura di capire e riportare bene la notizia, tutti si lanciano nella solita lotta nel fango, decidendo da che parte stare esclusivamente sulla base di dove stavano ieri. Persino gente teoricamente preparata sull’argomento  preferisce buttarla in caciara, difendendo il loro panino con la mortadella o ripetendo i luoghi comuni sentiti dalle loro nonne o letti tra Le più belle frasi di Osho.

“Tutto se mangiato in eccesso fa male, anche la verdura” dice un medico amico di amici di Facebook. Ma questo non c’entra nulla con la storia in questione. C’è una notizia, e cioè che una marea di evidenze scientifiche hanno convinto lo IARC a dire che la carne lavorata è certamente cancerogena. Le zucchine invece no.

Il problema del lettore italiano con la scienza sembra legato a una difficoltà nel maneggiare i concetti di rischio, percentuale, costi e benefici. Qualche settimana fa c’è stato un dibattito, tra giornalisti e intellettuali, sull’importanza degli studi umanistici per la formazione dei ragazzi. Ma più delle versioni di latino, una manciata di concetti base di statistica ed economia aiuterebbe le nuove generazioni a vivere in un paese un po’ più razionale e un po’ migliore.

Prendiamo la storia dei vaccini. La piccola e rumorosa minoranza di genitori anti-vaccini pensa di smascherare il mainstream puntando il dito contro i rischi dei vaccini, ammessi persino dal perfido Ministero della Sanità. Ma è chiaro che i vaccini hanno dei rischi. Il punto è che questi rischi, per quel che si sa, sono di gran lunga inferiori ai rischi delle malattie contro cui ci si vaccina (rischi individuali e collettivi). Le scelte della vita sono sempre una questione di rischi, costi, benefici, percentuali. Il mito del bene assoluto e della purezza – cioè il mito alla base di gran parte della medicina alternativa, della new age, di svariati complottismi e del grillismo politico – è irrazionale e pericoloso.

Prendiamo la storia dell’allattamento al seno. L’evidenza scientifica ci dice che l’allattamento al seno ha alcuni benefici misurabili. Forse questi benefici sono più modesti di quel che si pensa attualmente, forse invece sono benefici significativi. Vuol dire che il biberon è il male assoluto? Ovviamente no, vuol dire che l’allattamento al seno è un po’ meglio (tantissimo meglio? pochissimo meglio? non è chiarissimo ancora, certamente è un po’ meglio). Ciò non vuol dire che, magari, il beneficio dell’allattamento al seno possa essere inferiore, in valore assoluto, al maleficio che può derivare alla madre o a tutta la famiglia nel dedicarsi a tempo pieno all’allattamento. I costi e i benefici vanno sommati, sottratti e comparati. Le cose sono complicate, ma ciò non vuol dire che tutte le scelte sono ugualmente buone.

Le risposte con le percentuali – coi rischi, coi numeri, con le probabilità – suonano sempre insoddisfacenti a chi vorrebbe il mondo fatto di bianchi e neri. Gli anti-dolorifici hanno possibili effetti collaterali? Allora prendo una pillolina di zucchero che secondo la scienza non ha alcun beneficio. Gli affettati non mi fanno venire il cancro di sicuro? Allora continuo a fare come prima, è tutto un allarme salutista.

La vita invece si svolge perlopiù nel regno delle probabilità, in quel vasto territorio in cui ogni scelta ha costi e benefici, possibili rischi e possibili vantaggi. E’ un mondo in cui tutto quello che facciamo ha un costo-opportunità dato dalla migliore alternativa a cui abbiamo rinunciato. Non era nel programma del liceo? Be’, vi assicuro che è un concetto enormemente più importante – eticamente, praticamente, politicamente – della terza declinazione. In questo mondo qui, scrivere questo post vuol dire rinunciare a leggere una bella storia o guardare una puntata di Battlestar Galactica su Netflix, o forse vorrà dire lavorare un’ora in più stasera, ma forse anche raggiungere qualche centinaio di lettori e dare una buona idea a un paio tra questi. Ne vale la pena?

Già, la mortadella non ha proprio lo stesso identico gusto in questo modo. Questa impura realtà può essere una vera scocciatura.

 

Quel che non si dice su Ignazio Marino

HouseAlla fine Ignazio Marino si è dimesso. In questi mesi, assistendo da lontano alla guerriglia condotta da chiunque contro di lui, mi sono chiesto e ho chiesto più volte ai romani e a chi è più informato di me che mi raccontassero i fatti, i capi d’accusa per poter valutare questa incredibile inadeguatezza di cui tutti – grillini, pidiellini, fascisti, democratici, gente a caso – andavano accusando Marino. Che ha fatto di male questo Marino? Me lo volete spiegare?

Dal ristretto gruppo di chi lo difendeva, arrivavano liste di cose che sembravano cose buone, cose che la buona politica dovrebbe fare. La chiusura della discarica di Malagrotta, che avrebbe dovuto chiudere da anni ma nessuno era riuscito a farlo. Un piano di risparmi per cominciare a riportare sotto controllo il dissestato bilancio di Roma. Diciotto kilometri di Metro C inaugurati in due anni, dopo che i lavori erano rimasti fermi tra lentezze e proteste. Una vera e propria svolta nella raccolta differenziata, partendo da una situazione di sostanziale deserto. Un superpoliziotto a capo dei vigili urbani, per attuare il piano antiabusivi che all’ex capo dei vigili non andava giù. Il licenziamento di sessanta dipendenti dell’AMA assunti da Alemanno per favori clientelari. L’abbattimento dei chioschi abusivi a Ostia. La rimozione dei camion bar davanti al Colosseo. La pedonalizzazione dei Fori Imperiali. Cose fatte, cose concrete.

La lista continua. Forse alcune di queste cose non sono davvero così eccezionali. Alcune magari sono esagerate, o sbagliate (è possibile che i licenziamenti di Parentopoli siano dichiarati illegittimi dal giudice) e alcune certamente sono il frutto di sforzi congiunti, fatti nel tempo, e giunti a maturazione in questo periodo. Sono però dei fatti, delle cose che possono essere prese in considerazione, discusse, valutate. A una persona normale può sembrare poca roba che un sindaco decida che dei venditori ambulanti invece di sostare davanti al Colosseo debbano spostarsi da un’altra parte del centro storico. Ordinaria amministrazione, insomma. A Roma, invece, ci è voluto lo spiegamento di 250 vigili urbani per fare questa cosa. A Roma comandano piccoli gruppetti di potere che nessuno prima d’ora era mai andato a infastidire in modo così massiccio e sistematico. A Roma, per dire a dei venditori di panini che dovrebbe spostarsi quattro strade più in là, devi chiamare centinaia di uomini armati.

Che dicono invece i critici di Marino? Che è inadeguato, che è un incapace. Ma non portano un solo fatto, un solo esempio a sostegno della loro battaglia.

Ieri in un suo post Francesco Costa ha provato a riassumere le ragioni del fallimento di Marino, ma la sua diagnosi critica si riduce a menzionare la cattiva gestione dell’immagine, la cattiva comunicazione. Un problema di PR, insomma. Ma c’è stata una guerra senza quartiere, per mesi, contro Marino. Una guerra cui hanno partecipato tutti i gruppuscoli di potere romano, tutte le consorterie, tutte le forze politiche – compreso il PD – tutte le lobby cui Marino ha pestato i piedi. Davvero Marino poteva tirarsene fuori con un buon consulente d’immagine? Marino non ha perso il generico consenso dei cittadini, come suggerisce Costa. Marino si è visto scatenare l’offensiva di gruppi e gruppetti, poteri e mafiette, per via delle sue scelte amministrative. Chi aveva ragione, nel merito, in questa guerra? Marino o i suoi avversari?

Che la storia politica di Marino si sia conclusa con un fallimento è una tautologia: in politica chi perde e chi si dimette ha fallito. Ma è un errore etichettare come anti-politica il tentativo di allargare il discorso al merito delle questioni. Quello di cui non si parla, parlando di Ignazio Marino, è se le cose che stava facendo erano cose buone e se era giusto stare al suo fianco in quella guerra.

Nella critica di Francesco Costa resta implicito un rimprovero: che Marino avrebbe dovuto tessere alleanze, negoziare con le lobby e le fazioni, scendere a compromessi e forse persino in qualche caso stringere mani sporche. La gestione della cosa pubblica passa anche attraverso alcune di queste cose, è indubbio. Ma esaurire il discorso su questo piano vuol dire confondere i mezzi con i fini. Nelle critiche a Marino il merito delle sue scelte amministrative è completamente assente. Erano cose buone? Hanno fatto bene il Governo, Renzi, il PD e molti elettori ad abbandonarlo? Se si accusa Marino di aver perso pezzi di consenso senza chiedersi se le cose che stava facendo meritavano consenso, c’è un cortocircuito. E si finisce dritti dentro House of Cards, dove chi vince non soltanto ha successo, ma ha anche ragione.

Le scarpe degli altri

EmpathyA Londra ha aperto un museo dell’empatia. I visitatori possono indossare stivali e scarpe di sconosciuti, camminarci per un miglio e nel frattempo ascoltare la storia dei proprietari. L’idea è quella di rendere letterale l’esperienza descritta dal modo di dire inglese “mettersi nelle scarpe di un altro” o, come diciamo noi in italiano, “mettersi nei panni dell’altro”. Il significato più comune dell’empatia è infatti proprio quello: guardare il mondo nel modo in cui lo guarda un’altra persona, provare quello che prova un’altra persona, capire e sentire il punto di vista degli altri.

Di questi tempi l’empatia gode di ottima reputazione e tutti – a partire da Barack Obama, che ne è un grande fan – ci invitano ad averne di più.

L’empatia però non è sempre una buona consigliera, anzi. Mettersi nei panni degli altri spesso non è un buon modo per migliorare la situazione, né per noi stessi né per gli altri. Capire e confrontarci con le idee, emozioni e interessi degli altri (quello che gli psicologi a volte chiamano “empatia cognitiva”) è certamente utile. Ma è una cosa che a che fare più col giudizio che con il trasporto emotivo. Questa forma di fredda comprensione delle ragioni altrui è molto diversa dall’empatia emotiva, dalle scarpe e dai panni degli altri: sono proprio processi cerebrali distinti.

L’empatia emotiva – quella per cui soffriamo quando vediamo soffrire, ridiamo quando vediamo ridere, sentiamo quello che gli altri sentono – è spesso uno strumento piuttosto difettoso per migliorare le cose. Secondo lo psicologo cognitivo Paul Bloom, il neuroscienziato Richard J. Davidson e altri, l’empatia rende il mondo un posto peggiore.

I problemi dell’empatia sono più d’uno. Innanzitutto, l’empatia opera con pregiudizi irrazionali. Ad esempio, gli studi dimostrano che siamo più inclini a essere empatici coi nostri simili (per etnia, nazionalità, caratteristiche fisiche) e con le persone più attraenti fisicamente. Poi, l’empatia ha un respiro parecchio corto. Ad esempio, siamo irragionevolmente più commossi dalla morte di un singolo individuo, con un nome e un cognome e una faccia, che da più gravi tragedie che colpiscono un numero enorme di persone anonime e imprecisate. Solo da questi elementi è evidente che le nostre decisioni pubbliche, dice Paul Bloom, diventano più sagge e efficienti se mettiamo da parte l’empatia.

Ma l’empatia può renderci inefficaci anche con riguardo alle relazioni personali. Per aiutare una persona con un problema, non è necessario che io faccia esperienza del suo dolore o del suo disagio. Anzi, provare quello che prova può spesso essere un ostacolo, un peso. Pensate al medico che deve operare un malato grave o a qualcuno che deve consolare una persona colpita dalla morte di una persona vicina. In entrambi i casi, la cosa importante è comprendere il problema dell’altro e voler agire per il suo benessere. Sarebbe un enorme ostacolo, invece, condividere il dolore fisico e psicologico dell’altra persona: renderebbe il medico meno lucido ed efficiente, e l’amico più angosciato e poco d’aiuto. Nella letteratura buddhista, la differenza tra empatia e compassione sembra sottile da afferrare ma è cruciale. La prima è solo una reazione automatica, una guida non necessariamente sicura e spesso poco salutare. La seconda, invece, è una risposta più distaccata, matura e stabile – ma più utile per il benessere di tutti. Risonanze magnetiche cerebrali fatte sul cervello di esperti meditatori e non meditatori hanno mostrato che, di fronte alla sofferenze degli altri, i cervelli dei meditatori si attivano nelle aree tipicamente collegate al prendersi cura degli altri, mentre i cervelli degli altri si attivano nelle aree della tristezza e del dolore.

Credo però che la più grande confusione sull’empatia sia collegata al diffuso fraintendimento etico per cui comprendere le ragioni di qualcuno ci sollevi dal compito di giudicarne le azioni. Comunemente, l’invito a mettersi nei panni di un altro equivale a una richiesta di assoluzione. “Prova a metterti nei miei panni” è uno dei trucchi più frequenti con cui si cerca di giustificare i propri errori. Allo stesso modo, “Se fossi stato nella sua posizione avrei fatto lo stesso” è uno dei trucchi più frequenti con cui ci liberiamo maldestramente dall’onere di dover guardare le cose oggettivamente, per le loro effettive conseguenze. In genere, ci interessa più il biasimo delle persone che il valore delle loro azioni. L’empatia opera sul primo, ma ci lascia totalmente confusi sul secondo.

Se un amico che ha sbagliato è infastidito dal fatto che glielo facciamo notare, e chiede un po’ di empatia, è meglio intendersi subito su ciò che intende. Capire le cause degli sbagli può essere utile per non ripeterli. Ma condividere sensazioni e punti di vista può essere un modo per giustificare qualsiasi comportamento.

Le scarpe degli altri potranno essere state scomode, bucate, o rotte – ma il percorso che hanno compiuto resta comunque sbagliato. La moda dell’empatia, concentrandosi sulle scarpe, rischia di farci dimenticare che la cosa più importante è il posto in cui le scarpe ti portano.